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Sorvegliare e spedire: Amazon sbarca in carcere

24
mag
2019

Amazon, la nota multinazionale statunitense dell’e-commerce, è pronta per firmare un accordo con il DAP, Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, allo scopo di aprire 2 centri logistici all’interno delle strutture carcerarie “Vallette”, a Torino, e “Rebibbia”, a Roma. Ad annunciare la notizia, subito rimbalzata su numerose testate, è stato il direttore del carcere torinese, Domenico Minervini, il quale ha espresso entusiasmo per un’operazione che, nelle intenzioni, vuole mettere in atto un processo di rieducazione penitenziaria tramite il lavoro. I centri logistici delle “Vallette” e di “Rebibbia”, infatti, daranno occupazione ad alcuni detenuti, anche se ancora non sono noti i dettagli circa le retribuzioni né le altre condizioni contrattuali.

Continua, dunque, l’espansione sul nostro territorio nazionale di Amazon, che già nelle settimane scorse aveva annunciato l’apertura di diversi hub e centri logistici al Nord, Centro e Sud Italia, dando il via a campagne di reclutamento ancora in atto per l’assunzione di numerosi profili professionali.

Tuttavia la notizia dell’accordo tra Amazon e i carceri “Vallette” e “Rebibbia” ha un altro valore rispetto a quelle che abbiamo letto, e di cui abbiamo parlato, negli ultimi tempi. Si tratta infatti di una notizia che ha di certo particolare interesse non solo per tutti coloro che guardano con attenzione alle dinamiche del mercato del lavoro: perché lo sbarco di una multinazionale dalle dimensioni e dall’impatto di Amazon (anche in termini di immaginario) all’interno delle carceri prefigura scenari che oltrepassano il semplice mondo economico e del lavoro, scenari che hanno ovviamente a che fare con una dimensione etica e istituzionale, del onnipresente potere, per dirla à la Foucault, piuttosto articolata e complessa.

LEGGI ANCHE: Perché i fondatori hanno scelto il nome Amazon?

In tal senso, risparmiandoci giudizi sulla bontà dell’iniziativa, possiamo forse affermare che nessuna realtà imprenditoriale sarebbe stata più adatta di Amazon per compiere questo passo: d’altronde è da diverso tempo che l’azienda è finita sotto i riflettori dei critici per la sua tendenza a utilizzare strategie tese ad aumentare la produttività  dei propri stabilimenti grazie a strumenti di “controllo” dei dipendenti e di tracciamento delle loro attività in un programma a visibilità totale generato dai soliti inavvicinabili algoritmi, programma che porterebbe al licenziamento dei dipendenti meno produttivi.

Amazon in carcere prefigura allora, forse, l’avvento di una nuova evoluzione del modello penitenziario di Jeremy Bentham, filosofo britannico che alla fine del Settecento ideò il Panopticon, un carcere circolare in cui una sola sentinella, posta al centro della struttura, era in grado di controllare ogni movimento all’interno delle singole celle, aperte allo sguardo e poste sulla circonferenza dell’edificio o in corridoi che si dipanavano a raggiera. E prefigura, forse, anche una nuova evoluzione dell’attuale modello produttivo.

Da questo punto di vista, l’attenzione si sposta allora definitivamente dalla dimensione del lavoro o, se vogliamo, da quella più strettamente economica alla dimensione del potere: vediamo infatti stringere una nuova alleanza tra un grande attore multinazionale e l’istituzione carceraria nazionale, con tutto lo scambio di “know-how” che ne conseguirà allo scopo di meglio amministrare i corpi (appartengano essi ai dipendenti o ai detenuti). Insomma, al di là del concreto risultato dell’operazione, per ora c’è di certo materiale abbondante per gli amanti delle distopie.

LEGGI ANCHE: L’Università Federico II sbarca in carcere e dal 2019 attiva vari corsi di laurea per detenuti

 

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