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La Pernigotti dei turchi chiude i battenti. I rischi delle acquisizioni estere

20
nov
2018

È notizia di questi giorni l’annuncio della chiusura dello storico stabilimento Pernigotti a Novi Ligure, in provincia di Alessandria, aperto nel 1860 poco prima dell’Unità d’Italia. Con il suo celebre Gianduiotto dorato, la Pernigotti ha attraversato i secoli e l’immaginario dolciario italiano, diventando simbolo del made in Italy. Oggi, però, è intenzionata a chiudere i battenti del proprio stabilimento piemontese e annuncia licenziamenti in massa: sono più di 250 le persone che rischiano di rimanere senza lavoro (100 dipendenti fissi e 150 stagionali e interinali, più altri 20 impiegati in area commerciale).

L’azienda era stata acquisita nel 2013 dal gruppo turco Toksöz, holding farmaceutica che ha tentato in questi anni l’espansione nel settore alimentare. Nel 2015 Ahmet Toksoz, titolare del gruppo, aveva dichiarato a Il Sole 24 Ore di voler «portare Pernigotti nel mondo a competere in dieci anni con i grandi player mondiali del cioccolato». Ma deve esserci stato qualche grosso errore di pianificazione, se dopo appena 3 anni la Toksöz​ dichiara la chiusura dello stabilimento e l’imminente licenziamento dei suoi lavoratori.

La reazione è stata immediata: a Novi Ligure i dipendenti hanno organizzato un presidio e da più di 10 giorni sono impegnati in un’assemblea permanente per manifestare le proprie ragioni. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha aperto un tavolo di discussione con la Toksöz e ha assicurato di impegnarsi per garantire tutte le tutele necessarie ai dipendenti che perderanno il posto, chiarendo però che qualsiasi soluzione dovrà tenere conto della dignità del marchio, del territorio e dei suoi lavoratori. Con un comunicato del 15 novembre la Toksöz​ ha ribadito la volontà di esternalizzare le attività produttive dello stabilimento, garantendo tuttavia, in modalità che ancora non sono state definite, di voler rimanere nel territorio nazionale.

Una storia, quella della Pernigotti, che dimostra una certa continuità con altre vicende aziendali ben note. Negli ultimi 30 anni, sono infatti state molte le acquisizioni di marchi alimentari italiani da parte di grandi multinazionali straniere. Ecco alcune delle più eclatanti:

  • 2016: la Peroni, già acquisita nel 2003 dall’anglo-sudafricana SABMiller, passa al gruppo giapponese Asahi
  • 2013: dopo 153 anni di gestione familiare, Riso Scotti cede il 25% delle proprie azioni alla multinazionale iberica Ebro Foods
  • 2011: la francese Lactalis diventa azionista di maggioranza della Parmalat
  • 2008: il gruppo alimentare spagnolo Deoleo rileva gli oli Bertolli
  • 1996: l’olandese Heineken acquisisce la birra Moretti
  • 1988: Perugina viene acquistata dalla Nestlè

Spesso i capitali stranieri aiutano le aziende in crisi a risollevarsi e a mantenere il posto dei propri impiegati. Basti pensare che, negli ultimi 30 anni, gli occupati del settore alimentare sono saliti da 100.000 a 400.000. Ma, proprio a difesa dell'elevato numero di occupati, deve essere garantita la permanenza delle imprese di settore sul territorio nazionale. Comprare un marchio italiano e spostare la produzione all’estero, con minori costi di lavoro e tutele contrattuali più deboli, è un potenziale rischio per molti lavoratori italiani, specialmente nel contesto sempre più liquido della finanza e dei capitali con cui oggi il mercato del lavoro deve fare i conti.

Per evitare il ripetersi di simili episodi, il Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, commentando a caldo la vicenda Pernigotti, ha già annunciato una legge che leghi i marchi al territorio:

«Non è più accettabile - ha dichiarato il Ministro - che si venga in Italia e si prenda un'azienda come la Pernigotti; si acquisisca il marchio e si cambino 5 manager in 5 anni; che non si produca un effetto positivo per la gente e poi si annunci che si tengono il marchio e si abbandonino i lavoratori. Non è quello che abbiamo in mente come idea di Paese: faremo di tutto per proteggere i lavoratori».

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