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La carriera lavorativa si interrompe alla nascita di un figlio: i dati Eurostat

08
nov
2019

Spesso si è portati a pensare che chi vuole coltivare la propria carriera non abbia intenzione di dedicarsi alla vita familiare, spostando magari in là nel tempo il momento della paternità o, molto più spesso, della maternità. Quando, però, l'indagine europea sul lavoro realizzata da Eurostat e relativa all’anno 2018 si è concentrata sulla conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare, i dati hanno dimostrato che le lavoratrici e i lavoratori europei, in realtà, scelgono di lavorare pur continuando a metter su famiglia. Ma lo fanno a un prezzo.

Il campione analizzato, collocabile nella fascia demografica tra i 18 e i 64 anni ancora occupata o con un'occupazione precedente, ha infatti dichiarato per il 17% di aver interrotto il proprio lavoro per almeno 6 mesi nel corso della vita per dedicarsi alla cura dei figli, mentre meno della metà (42%) non è mai stato costretto a effettuare tale rinuncia.

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Estonia e Lituania hanno riportato le quote più elevate di persone costrette a casa alla nascita di un figlio (entrambe al 35%), davanti alla Bulgaria (33%). Al polo opposto, Malta ha registrato la quota più bassa (6%), seguita da Spagna e Portogallo (entrambe ferme al 7%). Da sole, tuttavia, queste percentuali dicono poco sulla situazione di genere: infatti l’aspetto più interessante riguarda il divario tra lavoratori e lavoratrici, sul solco di un gender gap purtroppo ancora persistente

Il dato medio europeo vede una donna su tre (33%) rimasta a casa per almeno 6 mesi per dedicarsi alla crescita e alla cura dei piccoli di famiglia, contro poco più del 4% dei papà: unica eccezione la Svezia, dove si registra un 13% nell’astensione maschile dal lavoro. Per di più, il divario di genere varia di 14 punti percentuali in Spagna, 18 in Belgio, 19 in Danimarca e Paesi Bassi, fino a 67 in Bulgaria, dove il divario di genere è incredibilmente forte.

L’Italia, purtroppo, non è da meno in questo scenario: seppur in coda alla lista per valore totale di coloro i quali rimangono momentaneamente a casa (11%, sestultima della lista), è caratterizzata da più di 20 punti percentuali di differenza tra gli uomini (meno dell’1%) e le donne (21%) che hanno dedicato tempo della loro vita lavorativa alla crescita dei figli.

Un report interessante (che si può approfondire sul sito di Eurostat) che dice molto su quello che in Europa si può ancora fare in termini di welfare e, soprattutto, di modifica della mentalità ancora tradizionalmente patriarcale.

LEGGI ANCHE: Non profit: un settore in continua crescita

 

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