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Carriera accademica: costruire cv con editoria predatoria e pubblicazioni proditorie

28
apr
2019

Per fare carriera accademica, è cosa nota, ci sarebbe bisogno di un curriculum scientifico all’altezza, capace di far scalare legittimamente tutti i vari gradini concorsuali che, a partire dalla laurea, portano fino alla titolarità di una cattedra. Spesso, tuttavia, il condizionale resta tale. Sì, perché, e anche questa è cosa nota, talvolta (o sovente?) i cv degli accademici vengono costruiti in maniera non del tutto limpida. Per esempio nella sezione dedicata alle pubblicazioni, ossia quella che fattivamente dimostra, nel caso dei Dottori di ricerca, dei Ricercatori e dei Professori, il valore scientifico e la considerazione che la comunità scientifica (nella fattispecie le riviste di settore) ha di uno studioso, e il contributo che questi ha apportato alla stessa comunità scientifica.

Ed ecco il punto: secondo una ricerca pubblicata da Manuel Bagues, Mauro Sylos-Labini e Natalia Zinovyeva sulla rivista Research Policy (il titolo della ricerca è A walk on the wild side: ‘Predatory’ journals and information asymmetries in scientific evaluations), sono molti i Ricercatori italiani ad aver pubblicato articoli con la cosiddetta editoria predatoria (o EAP, editoria a pagamento, di cui abbiamo parlato anche qui, per quanto riguarda la narrativa), espressione con la quale si intende designare tutto quel mondo piuttosto grigio di imprese editoriali che, sotto pagamento anche sostanzioso, garantiscono agli aspiranti accademici pubblicazioni su riviste che all’apparenza sembrano avere tutti i criteri per essere definite autorevoli, ma che in realtà funzionano in tutt’altra maniera: i predatory journals, pur garantendolo, non operano infatti alcun sistema di revisione scientifica dei testi, e talvolta nemmeno di revisione editoriale, e pubblicano qualsiasi ricerca/articolo/pensiero/saggio/paper/verbigerazione purché l’autore paghi. E nemmeno poco, se consideriamo la stima media di 440 dollari ad articolo.

Ma perché un autore dovrebbe pagare tanto per farsi pubblicare un testo senza alcun supporto o garanzia di ordine scientifico? Lo dicevamo all’inizio: per rimpinguare il proprio cv e allungare la propria lista di pubblicazioni, così da rendere il proprio profilo maggiormente appetibile in sede concorsuale.

Secondo la ricerca, che ha analizzato il cv di 46.000 tra Ricercatori italiani in occasione dell’abilitazione scientifica nazionale del 2012/2013, il 5% degli accademici presi in esame avrebbe utilizzato quest’espediente, dichiarando sul proprio cv almeno 1 pubblicazione su riviste predatorie. Tradotto in numeri assoluti: 2.225 Ricercatori, che avrebbero speso in tale impresa un totale di 2,5 milioni di dollari.

LEGGI ANCHE: Qual è la condizione occupazionale dei dottori di ricerca italiani?

In attesa di una seconda ricerca che analizzi l’utilizzo dell’editoria predatoria anche quando abbiamo a che fare con monografie, curatele o volumi collettanei (altrettanto utili alla costruzione di un cv scientifico), chiudiamo con una speranza: che i 2.225 Ricercatori di cui sopra abbiano pubblicato su tali riviste soltanto per ingenuità e non per trarne beneficio in malafede.

Una speranza che tuttavia porterebbe necessariamente a una domanda: per la scienza e l’accademia è meglio reclutare Ricercatori tanto ingenui o Ricercatori capaci di tali atti proditori?

 

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