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Scopriamo il mondo della comunicazione dell'intrattenimento con Marcello Giannotti

21
feb
2017

Dopo i due post di approfondimento in cui WeCanBlog ha discusso il settore della comunicazione con il fuoco puntato sul mondo del lavoro e della formazione, oggi è arrivato finalmente il momento di ascoltare le parole dei professionisti del settore!

L’intrattenimento è uno dei settori più importanti dell’ampio comparto della comunicazione. Proprio per questo motivo, infatti, nel nostro approfondimento sulla comunicazione abbiamo fatto quattro chiacchiere con Marcello Giannotti, Direttore dei progetti entertainment di MN Italia. Gli abbiamo chiesto di raccontarci l’evoluzione dell’intrattenimento, di parlarci della sua professione e di svelarci qualche piccolo segreto che sarà di certo utile a tutti i giovani che vogliono intraprendere una carriera nella comunicazione dell’entertainment. Ecco cosa ci ha raccontato.

WCJ: Come è cambiato e/o come sta cambiando il concetto di intrattenimento negli ultimi anni? Cosa chiede il pubblico?

Marcello Giannotti: Per fortuna il mondo cambia sempre e nell'intrattenimento è cambiato molto velocemente negli ultimi anni. Senza entrare nei meccanismi produttivi di un programma ma restando sul tema della comunicazione, qualche anno fa i clienti del settore entertainment erano due aziende televisive, pochi produttori di varietà e di fiction, diverse case discografiche, alcuni produttori cinematografici e qualche singolo artista o manager. Oggi ci sono molteplici broadcaster, piattaforme, produttori di format molto diversi tra loro, singoli produttori discografici. La richiesta di comunicazione nel settore è di certo aumentata. Chi è interessato allo spettacolo non chiede una cosa sola: quello che una volta era conosciuto come pubblico oggi è una molteplicità di pubblici più piccoli ma diversi tra loro. Il problema è capire se i media che si occupano di entertainment intercettano oggi l'interesse del pubblico. Su questo ho qualche dubbio. A parte la morbosità per il gossip, non mi pare ci sia una platea molto interessata a informarsi su temi di entertainment. Ciò ha di certo a che fare con l'abbattimento della mediazione, quindi con il web. Ma anche la mediazione ha le sue responsabilità in questo disinteresse. Un esempio: vent’anni fa c'erano ragazzi disposti a spendere parte delle proprie paghette in magazine di spettacolo, musicali o cinematografici. Oggi, a parte le maggiori difficoltà economiche, non solo i ragazzi non sono più disposti a spendere e possono trovare gratuitamente le informazioni su internet, ma neanche le cercano più. Quanti, prima di ascoltare un disco, vedere un programma televisivo, un film o uno spettacolo teatrale, si informano sui media? Gli adulti forse, per abitudine. I giovani molto meno. Non per colpa loro. Non si riconoscono nel modo in cui viene spesso raccontato l'entertainment. Ciò ha conseguenze pesanti sulla crescita culturale del Paese: diminuendo la curiosità, si riducono le prospettive che un ragazzo vede di fronte a sé. Vent'anni fa leggevi un magazine musicale ed era probabile che ti veniva voglia di fare qualcosa nel settore, a prescindere dal successo che avresti potuto avere. Oggi è molto più difficile: ci sono più possibilità ma meno finestre aperte per riconoscerle e coglierle.

WCJ: Come lavora un Direttore della comunicazione in progetti di entertainment?

MG: Sono convinto che nella comunicazione, in generale, l'obiettivo principale sia quello di unire due esigenze: aggiornamento e lavoro sui progetti. A volte si tende a sottovalutare l'aggiornamento, invece è il senso del nostro lavoro. Per quanto sia importante il progetto cui si sta lavorando, è pur sempre una goccia nel mare di un flusso di comunicazioni ininterrotto. Un direttore della comunicazione deve aggiornarsi, sapere quali sono i flussi di notizie uscite su carta stampata e web, capire cosa succede nel mondo. Il pericolo è chiudersi in una nicchia isolata, con effetti paradossali, quasi "scolastici": l'11 settembre 2001 lavoravo in redazione e ricordo benissimo i comunicati che ricevetti il pomeriggio del crollo delle Torri. Il mondo era in ansia e continuavano ad arrivarmi note sulla seconda puntata di quel programma o sulla data aggiunta di quel concerto. Uffici stampa fuori dal mondo. Penso che un direttore della comunicazione può forse permettersi di sbagliare qualcosa su un progetto, ma deve sempre stare sulla palla.

La giornata tipo inizia con la rassegna stampa: sia quella riguardante i propri clienti che quella riguardante la lettura dei giornali. Poi l'aggiornamento costante lo fai in mille modi: social, web, reti all news, tg, mail. La giornata va vissuta elasticamente: per quanto pianifichi le attività, per fortuna saranno gli eventi a determinare l'andamento del tuo lavoro quotidiano. Il compito di un direttore della comunicazione è stabilire le priorità, mettendole sempre in discussione, e trasferirle ai team. Non è possibile fare questo lavoro se non si è elastici mentalmente. Una questione di allenamento ed esercizio, non di carattere. Il gruppo in cui lavoro è molto composito: abbiamo uffici a Roma e Milano, ci sono diverse società nella holding di cui fa parte MN Italia, alcuni si occupano di organizzazione di eventi, altri di digital, altri di produzioni tv, noi di ufficio stampa, come si chiamava una volta, ma sarebbe più corretto dire comunicazione. Unire tutte queste parti e collegarle per mettere le esperienze di ciascuno al servizio di un lavoro di comunicazione ampio, confrontarsi con ciascun professionista di ogni settore è la sfida quotidiana ed è fatta anche di discussioni costanti, telefonate e riunioni.

WCJ: Ci racconta un aneddoto in qualche modo emblematico o un’esperienza che ritiene interessante e che possa farci capire meglio il suo lavoro?

MG: Il punto di riferimento è Titanic, forse il film meglio comunicato della storia del cinema. Ogni settimana l'ufficio stampa americano del film era in grado di tirar fuori una notizia per alimentare l'interesse. A un mese dall'annuncio delle riprese il film era già un successo pazzesco, i giornali ne parlarono per mesi prima dell'uscita nelle sale. Non era un parlarsi addosso: gli uffici stampa, in accordo con i produttori, crearono notizie che fecero diventare quel film un mito ben prima del mostruoso successo delle sale e degli Oscar. Essere in grado di alimentare sempre l'interesse su un progetto è una delle chiavi di questo lavoro. Ed è anche una delle cose più difficili da fare.

WCJ: Come è cambiata e/o come sta cambiando la comunicazione di un programma di intrattenimento?

MG: Oggi ci sono strumenti potenzialmente enormi per comunicare un programma. Il live-twitting, per esempio, molto usato e anche abusato nel settore sia per quanto riguarda i programmi televisivi che le conferenze stampa. Il web, ovviamente, ha cambiato il modo di comunicare. Oggi la comunicazione è incisiva solo quando rimbalza da un mezzo all'altro: dal web alla carta stampata alla radio alla tv e tornare poi al web. C'è un libro molto importante che consiglio ai ragazzi che vogliono iniziare questo lavoro, Jourtnalism and Pr, scritto dal guru australiano della comunicazione Jim McNamara: per definire il rimbalzo di comunicazioni da un mezzo all'altro utilizza un'espressione efficacissima, rumba of relationship. È la capacità di un comunicatore di muovere un contenuto da un mezzo all'altro, da un giornalista all'altro, spostando in base alle esigenze portata e taglio della notizia.

Qualche anno fa aveva un senso comunicare anche l'assenza di un personaggio, oggi se sei assente a lungo rischi l'oblio. Ma il rischio contrario è quello della bulimia di presenzialismo. C’è un oceano di contenuti in cui occorre fare attenzione: se sbagli strategia rischi di fare danni molto più gravi di qualche anno fa.  Un programma lo comunichi tutti i giorni da quando viene pensato a quando finisce. Restano importanti dei punti cardine: alimentare l'attesa, far crescere l'interesse, diffondere la comunicazione su tutte le piattaforme. La comunicazione ideale deve stupire, essere inaspettata, creare dibattito. Ma non c'è uno schema unico per comunicare un programma di intrattenimento: l'importante è posizionarlo in modo idoneo.

WCJ: Quali sono le competenze più importanti che dovrebbe avere un/a giovane che voglia svolgere la professione nell’ambito della comunicazione dell’intrattenimento?

MG: Essere aggiornati su tutto è fondamentale. Poi conoscere il lavoro di quelli cui ci rivolgiamo, quindi i giornalisti, e non solo di spettacolo: essere stati un po’ di tempo in una redazione è un vantaggio anche se a volte può essere anche un limite. Saper comunicare su ogni piattaforma, abbattendo i confini tra stampa tradizionale e web. Avere capacità di pubbliche relazioni perché questo è un lavoro di relazioni: stare nei posti giusti, fisicamente, è importante. Avere una cultura generale e una curiosità profonde perché ciascun progetto merita di essere studiato. Poi, certo, conoscere il campo di cui parliamo: entertainment è una parola ampia, va dalle aziende produttive ai broadcaster, da tutto il comparto delle telecomunicazioni, quindi anche gli aspetti politici ed economici, alle nuove tecnologie del settore, dal cinema alla fiction, dalla musica alla cultura, e arriva fino ai videogames. Non puoi farti cogliere impreparato, tutto si mescola: il cantante ormai conduce programmi tv, il conduttore fa film, non ha più senso mantenere steccati. Anche la creatività richiede metodo, allenamento, studio. E la credibilità, la qualità più difficile da avere, che si impara col tempo.

WCJ: Quale ruolo giocano la formazione e l’aggiornamento delle competenze per la svolgere al meglio la professione?

MG: Io sono di una generazione in cui i corsi di studi specifici sulla comunicazione non avevano il successo di oggi. La laurea in quel tipo di corsi di per sé non è una garanzia. Dipende dal corso, dall’università. In genere quando vedo cv che presentano lauree brevi o lunghe in corsi di comunicazione vado cauto. Questo lavoro è fatto di curiosità, di aperture mentali, di esperienze all'estero, di pubbliche relazioni: penso che un laureato in psicologia o sociologia, per esempio, possa avere ottime doti per diventare un buon comunicatore. Occorre informarsi bene prima di fare un corso di studi in comunicazione. Consiglio di non lasciarsi convincere da annunci e spot ma di guardare alla sostanza. Se si ha la possibilità, i corsi di aggiornamento servono eccome, ma anche qui, senza paletti mentali. Per chi si occupa di cinema sarebbe utile conoscere i meccanismi di un set, per esempio. Determinante è fare corsi di giornalismo, stage nelle redazioni: è penalizzante parlare con interlocutori senza sapere dove vivono, che orari di lavoro hanno, quali dinamiche seguono durante il giorno.

WCJ: Quanto si guadagna in media nel settore?

MG: Non c'è una cifra media. C'è chi guadagna moltissimo e chi è precarissimo. La comunicazione di spettacolo è meno vantaggiosa economicamente di altri settori: chi lavora in comunicazione aziendale, istituzionale, in aziende specializzate in gestione di crisi, per non parlare di comunicazione farmaceutica, guadagna cifre molto più elevate. La comunicazione nell'entertainment rispecchia la situazione generale del comparto. Prima di lavorare nel settore bisogna rifletterci su.

WCJ: In conclusione, che consigli darebbe a un/a giovane che intende entrare nel mondo della comunicazione dell’intrattenimento?

MG: Diventa esperto della materia che tratti. Conosci a fondo media, firme, rubriche, spazi. Studia nel dettaglio quelli che un giorno potranno diventare tuoi interlocutori: giornalisti e clienti. E ragiona in grande, senza fermarti agli argomenti di spettacolo. Mantieni alta la dignità delle cose che fai, alza ogni giorno il tuo livello di professionalità. Comunicare è una professione seria e delicata, un mestiere che necessita di conoscenze di base, aggiornamento e applicazione quotidiana. Non è solo scrivere un comunicato e tantomeno fare l'assistente alla star di turno o presenziare alla registrazione di un programma. Solo se l'obiettivo è di occuparti un giorno della comunicazione del presidente degli Stati Uniti o del Papa, puoi sperare che quello che stai facendo per comunicare magari un piccolo programma televisivo o uno sconosciuto disco indipendente abbia davvero credibilità.

 

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