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Terzo rapporto sulla bioeconomia: crescono le opportunità nei lavori green

06
mag
2017

Nel mese di aprile è stato pubblicato il terzo rapporto sul “La Bioeconomia in Europa”, curato dalla Direzione studi e ricerche di Intesa San Paolo e da Assobiotec, con la collaborazione di altri centri studi. In questo post proviamo a comprendere di cosa si parla, qual è il peso specifico della bioeconomia in Italia e quali possono essere le opportunità di lavoro nei settori che la riguardano.

Che cos’è la bioeconomia?

Per bioeconomia si intende l'insieme delle attività economiche che utilizzano le bio-risorse rinnovabili del suolo e del mare (come colture agricole, foreste, animali e micro-organismi terrestri e marini), per produrre cibo, materiali ed energia.

Della Bioeconomia fanno parte tre settori principali:

La bioeconomia è al cuore dello sviluppo sostenibile, che può condurre verso una società prospera ma anche rispettosa dell'ambiente. Un approccio bioeconomico infatti può creare un sistema di produzione a emissioni ridotte e:

  • conciliare agricoltura, allevamento e pesca con l'uso sostenibile delle risorse biologiche rinnovabili per fini industriali
  • ridurre la dipendenza da combustibili fossili (petrolio, carbone etc.) e dalle risorse non rinnovabili
  • limitando la perdita di biodiversità e le grandi trasformazioni nell'uso del suolo

Vogliamo sottolineare che la bioeconomia non è solo un’idea romantica di come dovrebbe andare il mondo. Anzi, i settori coinvolti già stanno dando importanti segnali di crescita economica e di opportunità occupazionali importanti.

Quanto vale la bioeconomia in Italia?

Secondo le stime del rapporto di Intesa Sanpaolo e Assobiotec, l'insieme delle attività connesse alla bioeconomia italiana ha raggiunto un valore di circa 251 miliardi di euro di fatturato, con 1 milione e 650 mila occupati. In confronto agli altri principali Paesi dell'Unione Europea, in Italia i settori connessi alla bioeconomia hanno un peso specifico molto più importante. Il nostro Paese, con un peso specifico pari all'8,1%, è secondo solo alla Spagna (10,8%, con un contributo largamente prevalente dell'agro-alimentare) e supera la Francia (7,5%), la Germania (6,1%) e il Regno Unito (4,7%).

Rispetto ad altri Paesi l'Italia si caratterizza per una maggior diversificazione settoriale: pesano di più la filiera agro-alimentare, la carta e il tessile, quindi l’industria del legno e le componenti high tech della chimica biobased e della farmaceutica.

Di seguito le cifre principali dei settori (valore aggiunto e occupati): 

  • Alimentare, bevande e tabacco: 129 miliardi di euro e 450 mila occupati
  • Agricoltura, silvicoltura e pesca: 58 miliardi di euro e 910 mila occupati
  • Carta e prodotti in carta: 22 miliardi di euro e 74 mila occupati
  • Tessile da fibre naturali e concia: 18 miliardi di euro e 85 mila occupati
  • Legno: 14 miliardi di euro e 118 mila occupati
  • Prodotti chimici biobased: 3 miliardi di euro e 6 mila occupati
  • Prodotti farmaceutici biobased: 5 miliardi di euro e 12 mila occupati
  • Bioenergia: 2 miliardi di euro e 2 mila occupati

Le cifre sono arrotondate, mentre il dato preciso è disponibile nel rapporto, che è online.

Quali prospettive di crescita e lavoro nella bioeconomia?

Il rapporto di Intesa Sanpaolo e Assobiotec riporta anche alcuni dati per capire lo sviluppo nel tempo della bioeconomia in Italia, partendo da una analisi dei flussi di materia.

I dati aggiornati sulle biomasse, che includono gli input primari delle coltivazioni agricole, della pesca e del legno, confermano un dato positivo, ovvero il trend decrescente di estrazione. Rispetto agli oltre 140 milioni di tonnellate della seconda metà degli anni novanta si è scesi a 113 milioni di tonnellate medie nel quinquennio 2009-2014. Questa riduzione è un segno positivo, perché può essere collegata a una maggiore attenzione alla conservazione delle risorse naturali.

Di certo incentivare la bioeconomia richiede l'adozione di un'ottica circolare che tenga conto del ciclo di vita della materia. Per questo motivo il rapporto dedica particolare attenzione al settore dei rifiuti biodegradabili e al ruolo che questo può avere per lo sviluppo della bioeconomia e per la transizione a un'economia circolare.

La raccolta differenziata della frazione organica dei rifiuti registra in Italia una accelerazione importante, raggiungendo circa 100 kg per abitante come media nazionale (122 al nord, 101 al centro e 70,2 al sud).  È un settore che può crescere ancora, se a una previsione di almeno 140 kg per abitante, pari a una raccolta di circa 9 milioni di tonnellate, si accompagneranno un miglioramento progressivo della qualità della raccolta e l’adeguamento del sistema degli impianti (considerando che l’attuale gap infrastrutturale rappresenta un freno allo sviluppo del settore). Già oggi il ciclo dei rifiuti biodegradabili in Italia vale quasi 10 miliardi di euro, con circa 40 mila addetti. Il suo sviluppo, attraverso adeguate strategie pubbliche e private, è sicuramente parte importante della transizione ad una economia circolare.

 

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