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PhD: la condizione occupazionale dei Dottori di ricerca in Italia

03
set
2019

Qual è il destino professionale che spetta ai Dottori di ricerca italiani? Come vengono accolti i cosiddetti PhD dal mercato del lavoro? Impegnare 3 anni della propria vita e carriera per il conseguimento di un dottorato fino a che punto paga nella vita lavorativa? A rispondere a queste domande ci ha pensato ISTAT, con un rapporto periodico che, nell’ultima sua edizione, ci offre un’interessante fotografia sulla condizione occupazionale dei Dottori di ricerca in Italia. Vediamo allora quali sono i principali dati che emergono nel rapporto L’inserimento professionale dei dottori di ricerca.

La condizione occupazionale dei Dottori di ricerca in Italia

Secondo l’indagine, a 4 anni dal conseguimento del titolo lavora il 93,8% dei Dottori di ricerca, mentre il 5% risulta ancora alla ricerca di un lavoro; soltanto l’1,3%, invece, non lavora né è alla ricerca di un’occupazione. Dati simili a 6 anni dal conseguimento del titolo: in questo caso, se la percentuale di coloro che lavorano risulta invariata, quella di coloro che sono alla ricerca di un impiego si attesta sul valore del 4,6%, mentre quella di chi non lavora né cerca impiego sale all’1,6%.

Se questi sono i dati generali, scorporando i dati per settore si dimostra una variabilità per ambiti disciplinari che, in alcuni casi, assume valori anche abbastanza elevati. Si prenda per esempio la distanza che intercorre tra il gruppo dei Dottori di ricerca dell’ambito disciplinare dell’Ingegneria industriale, che lavorano nel 97,9% dei casi, e quelli del settore delle Scienze politiche e sociali, in cui a 6 anni dal conseguimento del titolo lavora il 90,7% del totale.

I settori in cui lavorano i PhD e le retribuzioni

Ma, al di là dello specifico settore disciplinare, quale occupazione attende coloro che acquisiscono un titolo di Dottore di ricerca? Se generalmente si è inclini a pensare che il Dottorato sia il preludio alla carriera universitaria, i dati tendono tuttavia a smentire (almeno in parte) tale assunto. Infatti, secondo quanto emerge dal rapporto, soltanto un PhD su 4 lavora nel comparto dell’istruzione universitaria, nella maggioranza dei casi (51,1%) con un lavoro dipendente, oppure con un assegno di ricerca (36,6%), mentre solo in 1 caso su 10 come Professore o Ricercatore (10,2%). La quota restante si distribuisce negli altri settori secondo le percentuali che seguono:

  • Università: 24,1%;
  • Pubblica Amministrazione e sanità: 17,3%;
  • Istruzione (non universitaria): 17%;
  • Istituti di ricerca: 13,6%;
  • Altri servizi: 10,4%;
  • Agricoltura e industria: 9,3%;
  • Attività professionali: 8,4%.

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Le retribuzioni dei Dottori di ricerca italiani

Dal punto di vista delle retribuzioni, è possibile sostenere che un Dottorato di ricerca garantisce livelli di reddito di sicuro più elevati della Laurea magistrale. Se, infatti, stando a quanto si evince dalla più recente indagine AlmaLaurea, i laureati magistrali a 5 anni dal conseguimento del titolo percepiscono in media uno stipendio mensile netto pari a 1.468 euro, i Dottori di ricerca percepiscono invece uno stipendio mensile medio pari a 1.789 euro.

Sono soprattutto coloro che hanno un lavoro dipendente a innalzare i livelli retributivi dei PhD (1.896 euro mensili), seguiti da coloro che lavorano in proprio (1.679) e da coloro che percepiscono una borsa di studio (1.580).

Ma questi dati nascondono una grande discrepanza in termini territoriali. I dottori di ricerca italiani che lavorano all’estero percepiscono infatti uno stipendio medio superiore di 1.000 euro rispetto a coloro che risiedono nel Certo-Nord Italia, e questi ultimi percepiscono 200 euro mensili in più rispetto a coloro che invece risiedono e lavorano al Meridione.

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Dottorato di ricerca: quanto è utile nella ricerca del lavoro

L’indagine dell’ISTAT analizza poi il grado di soddisfazione dei Dottori di ricerca circa l’utilità del titolo conseguito e il suo impatto sulla ricerca di lavoro. In questo caso, il 37,4% dei Dottori di ricerca dichiara che il proprio titolo è stato espressamente richiesto per accedere all’attuale posizione lavorativa ricoperta (dato che cresce fino al 79,5% se a questi ultimi vengono aggiunti coloro che hanno sottolineato l’utilità, ma non la necessità, del titolo per accedere all’attuale posizione). Anche in questo caso, tuttavia, si registra una forte variabilità tra i settori disciplinari. Si va infatti dall’estremo dell’ambito della Fisica, in cui il 61% dei Dottori di ricerca dichiara che il titolo è stato espressamente richiesto loro per accedere alla professione, all’estremo dell’ambito delle Scienze politiche e sociali, in cui soltanto il 29,7% ha dichiarato lo stesso.

Per approfondimenti: scarica qui il rapporto completo.

 

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