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L'orientamento universitario: scegliere bene per trovare lavoro

17
ott
2018

Uno dei più scottanti problemi che coinvolgono il mondo della formazione e il mercato del lavoro italiani riguarda il cosiddetto mismatch, ovvero la distanza che intercorre tra le competenze in uscita dai percorsi di formazione e le reali richieste delle imprese o, in generale, dell’intero mondo del lavoro. La scuola e l’Università, infatti, non sempre sono in grado di trasmettere ai giovani competenze immediatamente spendibili sul lavoro, formando profili che purtroppo vagheranno senza meta, muniti di centinaia di cv da distribuire in giro, passando da una speranza professionale all’altra. Accade così, è cosa ben nota, che una nutrita schiera di diplomati e laureati, dopo tentativi più o meno numerosi, si abbandoni a restare a casa con le braccia conserte o che trovi occupazione in settori dissimili da quelli di studio. Ci soffermeremo dunque in questo post su quanto accade nella formazione accademica del nostro Paese in relazione a questo tema, cercando di offrire ai nostri lettori qualche consiglio utile per impegnarsi in prima persona in un buon orientamento universitario.

Il mismatch tra Università e mondo del lavoro

Cominciamo con una nota per così dire “di colore”: secondo l’edizione 2018 del Graduate Employability Rankings 2019, l’Italia figurerebbe con 14 Atenei tra le prime 500 Università al mondo per trovare lavoro, mentre a fare la parte del leone sarebbero le più rinomate Università del mondo anglosassone, che dal canto loro garantiscono ai propri laureati un pressoché totale accesso nel mondo del lavoro. Buone performance anche per quanto riguarda le Università cinesi, che nell’ultimo anno hanno fatto un decisivo balzo in avanti in questa speciale classifica.

La questione, tuttavia, non può essere coniugata soltanto in questi passeggeri termini di mere classifiche e ranking. Va invece indagata a fondo allo scopo di comprendere quali sono i motivi per cui il sistema universitario italiano non è sempre in grado di rispondere alle esigenze del mercato del lavoro. A questo proposito, è possibile fare riferimento a quanto sintetizzato nell’ultimo rapporto previsionale di Unioncamere sui fabbisogni occupazionali e professionali nel prossimo quinquennio (2018-2022).

Quali laureati serviranno al mondo del lavoro italiano?

Secondo il rapporto appena citato, che ragiona in termini di previsione, tra il 2018 e il 2022 il fabbisogno di laureati di tutto il sistema economico del Paese sarà pari a circa 778.000 unità (per una media di 155.600 unità ogni anno). Questa cifra sarà distribuita nel modo che segue tra 3 principali categorie di lavoratori:

  • Dipendenti del settore privato: 324.800 unità (42% del totale)
  • Dipendenti del settore pubblico: 257.000 unità (33% del totale)
  • Lavoratori indipendenti: 196.300 (25% del totale)

Da come si evince, complici anche le difficoltà nel venire incontro al turnover nella PA, dunque il limitato numero di assunzioni pubbliche nei prossimi anni, è nel settore privato (cioè nelle imprese) che sarà richiesto il maggior numero profili adeguatamente laureati. Tuttavia, tra il 2018 e il 2020 il nostro sistema non sarà in grado di soddisfare tali esigenze di personale con laurea: vi sarà infatti una carenza di profili laureati pari (su tutto il periodo preso in considerazione) a un valore oscillante tra le 100.000 e le 200.000 unità.

La faccenda può sembrare strana, perché a fronte di questo fabbisogno insoluto si avrà comunque, negli anni presi in considerazione, un ampio numero di laureati che non troverà occupazione. Né la troveranno coloro che, già muniti ad oggi di titolo di laurea, sono ancora disoccupati. Unioncamere sottolinea infatti come l’attuale esercito italiano dei circa 350.000 laureati disoccupati (dato del 2016) non andrà a colmare il gap di cui si parlava sopra.

Ma perché avverrà tutto questo? Perché troppo spesso le Università non sono in grado di garantire ai propri laureati le competenze di cui il mercato del lavoro (in particolar modo le imprese) ha bisogno. Gli Atenei italiani, infatti, e non soltanto per causa propria, sfornano ogni anno moltissimi laureati di cui il mondo del lavoro semplicemente non ha bisogno. Si prenda un esempio su tutti: nel settore della geologia e della biologia, tra il 2018 e il 2022 ci saranno 45.000 neolaureati; di contro, il fabbisogno del sistema economico sarà di 23.700 laureati. Si tratta, è ovvio, di un caso estremo (per di più con tutti i limiti imposti da uno sguardo di previsione). Un caso che tuttavia ci fa capire come siamo tutti quanti chiamati, in Italia, a porre rimedio a questa situazione di mismatch.

Orientarsi alla scelta dell’Università per una più vita professionale più agevole

Una modalità adeguata a colmare il tanto temuto mismatch è la semplice considerazione dei settori in cui ci sarà maggiore bisogno di profili laureati: all’atto di iscriversi all’Università, è bene che la futura matricola sappia quali sono le reali possibilità di trovare impiego con quel particolare titolo di studi cui sta approcciando. Ma come può un giovane capire quali sono i settori su cui puntare? Un primo passo può essere, per esempio, consultare il sistema informativo di Excelsior Unioncamere, navigando il quale è possibile conoscere, profilo per profilo, le future previsioni di assunzione.

Un altro modo (che non esclude il precedente) è, chiaramente, tenersi sempre informati sulle dinamiche attuali del mercato del lavoro, scoprendo per esempio quali saranno i settori in cui ci sarà maggiore investimento a livello sia pubblico (locale, nazionale e sovranazionale) che privato.

Ma non va dimenticato un altro fattore piuttosto importante: ossia il grado di placement (il collocamento sul mercato del lavoro) che le Università sono in gradi di garantire ai propri laureati. A questo, va senz’altro aggiunto un ulteriore elemento: la specializzazione richiesta dal mercato del lavoro va spesso ben oltre le competenze offerte da una laurea triennale o magistrale. Perciò le future matricole dovrebbero considerare anche le possibili opzioni formative post-lauream già prima di iscriversi a un corso universitario. In tal senso, la domanda “quale master o scuola di specializzazione potrò frequentare una volta conseguita la laurea?” non è poi così peregrina.

In tutti i casi, è bene che qualsiasi scelta sia fatta consapevolmente, cioè considerando e pesando tutte le varie dimensioni della questione, senza farsi trascinare soltanto dalle aspirazioni, dai sogni e dai desideri. Un buon orientamento universitario parte senza dubbio da un buon grado di informazione e di conoscenza del mondo, e non solo di quello del lavoro.

Va detto, in chiusura, che negli ultimi anni sono nati e si stanno sviluppando diversi corsi di studio universitari ideati al preciso scopo di promuovere l’occupabilità dei giovani, nella speranza che il mismatch sia finalmente colmato. È per esempio il caso delle cosiddette Lauree professionalizzanti e delle Corporate University: contromisure credibili che insieme ad altre, si spera, possano in futuro far sì che il mismatch sia soltanto un ricordo.

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