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Orientamento formazione e lavoro: il portale itali

Orientamento, formazione, lavoro. La fabbrica delle competenze e della dignità

09
set
2020

Lo tsunami della pandemia ha aggravato, e non generato, una deriva in corso da tempo. Gli effetti avranno impatto, come ormai da modello socio-economico imperante, sulle fasce più deboli della società: lavoratori, precari, piccoli imprenditori, autonomi, disoccupati (sia quelli veri sia quelli finti, i lavoratori in nero).

Il settore privato ha pagato il prezzo. I dipendenti della pubblica amministrazione, inclusa la galassia delle partecipate, e i pensionati sono stati esonerati, garantiti nel lavoro e nei redditi. Un modesto, finanche simbolico, contributo di solidarietà sarebbe stato quantomeno opportuno.

Le conseguenze del lockdown rischiano di esondare dal piano economico a quello sociale. Da motore dell’economia nazionale e della sua domanda interna s’è trasformato in crescente zavorra, con eccezioni quantitative, ma non qualitative, in alcune aree del Nord del Paese.

 L’inversione di tendenza può essere innescata solo con un’azione sistemica che integri tutte le componenti che contribuiscono al suo efficiente funzionamento: orientamento-formazione-lavoro. Le tre tappe della parabola evolutiva del cittadino concorrono, insieme ed inscindibilmente, alla generazione e manutenzione delle competenze critiche. Quest’ultime, e non la messe di sussidi e regolamentazioni, costituiscono i fattori decisivi per innalzare il tasso di occupabilità individuale, vero propulsore di traiettorie lavorative solide, continue e gratificanti, e garanzia di una dignità sociale oggi in pericoloso appannamento.

Il post COVID19 è un’occasione per realizzare gli interventi sinora rinviati. C’è un sentimento d’urgenza, ci sono le risorse economiche, c’è il veicolo: l’Art. 88 Fondo Nuove Competenze.

Il lavoro quale fattore strategico

Non è necessario illustrare le ragioni di dignità, solidarietà e redistribuzione della ricchezza che il lavoro porta con sé, assunti già autorevolmente consacrati nella nostra Carta dai padri costituenti.

L’opportunità dell’investimento ha un’evidenza economica, imperniata sull’elevatissima capacità lavorativa di noi europei in seno al consistente stock di capitale produttivo disponibile: il valore aggiunto per unità di lavoro in Europa ed in Italia (nelle Regioni più avanzate) è tra i più alti al mondo.

Non è questa la sede per discuterne le ragioni, ma un euro investito in impianti per potenziare l’ora di lavoro o per creare nuovo lavoro in Italia è, a parità di condizioni, più remunerativo rispetto ad impieghi in altri continenti.

Ciò non vuol dire che non bisognerà investire, ad esempio, in recupero ambientale, produzione culturale o innovazione tecnologica e organizzativa. Ovviamente sarà necessario utilizzare le risorse anche per correggere alcune derive e sostenere comparti critici per il nostro futuro. Il nemico da sconfiggere tuttavia è la dispersione nei tristemente noti mille rivoli per definizione improduttivi ma anche fortemente caldeggiati dagli altrettanti mille interessi corporativi che esercitano perniciose pressioni sui decisori.

I principi ispiratori

La lotta alle disuguaglianze si deve incardinare sulla creazione di buon lavoro, filo rosso virtuoso dell’azione sociale e della formazione.

Nuovo Lavoro e Formazione

Il principio guida deve essere quello della lotta alla disuguaglianza da sostenere innanzitutto facendo crescere l’occupazione e le opportunità di lavoro. Si tratta di un obiettivo che si raggiunge con investimenti mirati incentivando le aziende che possono creare lavoro e abbandonando il tradizionale assistenzialismo con sovvenzioni a pioggia. Esse si traducono in sprechi quando destinate ad aziende fuori mercato. Allo stesso tempo i lavoratori vanno sostenuti tanto nella ricerca di occupazione quanto sviluppando occasioni di accrescimento/adeguamento delle competenze in linea con le richieste del mercato del lavoro. Anche nel 21° secolo la diseguaglianza si combatte in primo luogo con lo sviluppo economico e con la formazione delle persone e quindi non attraverso la distribuzione paternalistica di denaro che corrompe i comportamenti.

Coinvolgimento e Partecipazione

Un altro aspetto della lotta alla diseguaglianza è la maggiore responsabilizzazione dei lavoratori basata su più competenze, più delega effettiva, abbandonando la retorica delle risorse umane, solo a parole. Questo è un alibi che non possiamo più permetterci, al contrario bisogna puntare sulla partecipazione attiva delle persone.

I grandi progetti di riforme e di innovazione non possono essere solo calati dall’alto o affidati a  task force. Essi richiedono una spinta dal basso, un coinvolgimento e una forte partecipazione diffusa, una capacità di trasformazione profonda e generalizzata della realtà. Per dare concretezza alla partecipazione bisogna elaborare soluzioni di tipo win-win che consentano di incrementare allo stesso tempo produttività, qualità del lavoro e della vita personale. Questa convergenza su obiettivi condivisi può favorire un patto sociale che consenta di progettare il nuovo in modo partecipato.

Inoltre, la situazione è così grave e la necessità di cambiamento così forte da rendere necessario un ripensamento qualitativo delle procedure politico-sindacali del passato. La ricostruzione richiede cambiamenti profondi nel modo di pensare, nel modo di essere, nel modo di coinvolgere le persone. Ipotizziamo agorà deliberative e responsabili nei confronti tanto delle collettività rappresentate quanto degli interessi generali.

Il principio di condizionalità

Il lockdown ci lascia in eredità il macigno del gigantesco debito pubblico e della necessità di ripagarlo nel tempo. Infatti larghissima parte di quanto stiamo impiegando e spenderemo nei prossimi anni costituiranno un pesante lascito per le generazioni future. Da ciò discende che un eventuale impiego improduttivo o scarsamente produttivo di questa massa di risorse condurrebbe ad una catastrofe economica e sociale. C’è il rischio di aggravare le diseguaglianze e di mettere in discussione il  modello del welfare europeo: modello a cui né l’Europa né l’Italia vogliono rinunciare.

Condizionalità per le imprese

Pertanto, in primo luogo gli ingenti finanziamenti concessi dallo Stato alle imprese, che pesano sul debito pubblico, richiedono un nuovo tipo di sviluppo. 

Esso comprende:

  • una maggiore capacità di attuazione delle innovazioni da parte delle imprese con progetti di produttività, coinvolgenti e orientati al risultato. 
  • una sorveglianza specifica dei lavoratori sulle scelte gestionali e di investimento delle proprie imprese. 
  • una maggiore capacità di governo e controllo dei finanziamenti, non meramente burocratico, da parte dello Stato, qualificata dalla verifica di merito dei risultati conseguiti dai progetti, dalla loro sostenibilità economica, ambientale e sociale.

Condizionalità per le persone

In secondo luogo, c’è la necessità di responsabilizzare le singole persone quando ricevono aiuti pubblici pagati col debito. Il principio dovrebbe essere: “nessun sostegno salariale senza formazione o senza servizi alla collettività”. Ad esempio, il diffuso ricorso alla Cassa Integrazione e alle sovvenzioni al reddito va condizionata ad una formazione obbligatoria di massa per sostenere lo sviluppo.

La fabbrica delle competenze: un nuovo sistema formativo

Sempre più il "buon" lavoro si costruisce attorno ad un set di competenze alte ed adeguate alle richieste del mercato. Questa matrice, complessa, articolata e dinamica, è la precondizione dell’incontro domanda/offerta.

Per consentire la sua continua ed efficace ri-generazione è essenziale consolidare una altrettanto dinamica configurazione che tenga insieme le tre fasi dello sviluppo delle competenze: orientamento-formazione-lavoro.

Sottovalutare l’importanza anche solo di una delle tre componenti o pensarle in maniera indipendente genera il disallineamento che tutti denunciano, ma che in molti hanno contribuito a produrre quale effetto del corporativismo imperante, in cui ognuno cura il proprio orticello, alimentando una guerra che riduce il perimetro delle opportunità, a partire dai soliti noti: i giovani.

Orientamento-formazione-lavoro costituiscono una figura circolare, non lineare. Orientamento formativo, orientamento professionale, formazione professionale, ri-orientamento professionale, formazione continua, lavoro sono tessere di un unico mosaico, fasi che si alternano, non susseguono le une alle altre. Matrice dinamica delle competenze e traiettorie lavorative discontinue impongono spostamenti continui all’interno della filiera. Le porte chiuse alle spalle conducono inesorabilmente nel vicolo ceco della bassa occupabilità.

Il punto di vista da cui osserviamo la questione formativa è volutamente concentrata su alcuni punti di snodo attraverso i quali passa la maggior parte della forza lavoro: la scelta post secondaria, l'ingresso e la permanenza nel mondo del lavoro. 

Orientamento formativo e professionale

Il mercato del lavoro è una rete fitta di relazioni, bi e multidirezionali, animata da esigenze e conseguenti istanze molto diversificate, per di più immersa ed attraversata dalle dinamiche produttive globali.

Inefficienze nell’allocazione delle risorse umane sono un danno per tutti gli attori, tanto per i lavoratori, o aspiranti tali, quanto per i datori di lavoro.

Esistono queste inefficienze? Quanto sono gravi? Dove sono le perdite maggiori? Quanto sarebbe efficace stringere i bulloni della nostra rete qualora la falla fosse all'ingresso?

I dati della bussola inefficiente

Alcuni dati testimoniano come buona parte della frattura, il cosiddetto mismatch, sia alla fonte.

La dispersione scolastica italiana, ossia la percentuale di abbandono dei percorsi curriculari prima del loro completamento, è pari al 14,5% , una delle più alte in Europa. Tradotto in cifre: del mezzo milione che ogni anno si iscrive alle superiori circa 70.000 ragazzi non raggiungono il diploma, condannandosi ad un perenne affanno nella ricerca di lavoro e privando il sistema delle imprese di una fetta consistente di potenziali risorse.

L’Italia svetta in un’altra triste classifica, quella dei NEET (Not in education, employment or training), ossia dei giovani che tra i 15 e i 29 anni sono fuori da percorsi di studio o di lavoro. La percentuale è doppia rispetto alla media europea, il 23,4 contro il 12 per cento medio UE.

Tradotto in cifre: oltre 2 milioni di giovani sul divano.

Altri due dati che, messi insieme, denotano una dissonanza roboante. 

Concluso il ciclo delle scuole medie una solida maggioranza di studenti sceglie di iscriversi ad un liceo, il 54,6%, contro un 31% che opta per gli istituti tecnici ed un 13% per i percorsi professionali . Un simile trionfo di scelte liceali presupporrebbe che il Paese possa contare su una notevole massa di giovani con attitudine allo studio ed ambizioni simili anche oltre il diploma. I dati smentiscono clamorosamente l’ipotesi. Tra i 25-34enni meno di uno su tre è laureato. In particolare solo il 28% termina il ciclo universitario, contro una media OECD che si attesta al 44%, sideralmente lontana dai migliori contesti del mondo, il 60% di Canada e Irlanda, il 70% della Corea.

I dati citati rappresentano una storia di strutturale emorragia di risorse. Da una parte milioni di giovani che non riescono ad intraprendere prima e concludere poi con successo un percorso formativo che consenta loro di realizzarsi umanamente ed economicamente, dall’altra parte un sistema produttivo che lamenta un gap di personale qualificato.  

Il dogma forviante

La scuola non forma le professionalità che servono. In questa semplice affermazione si esaurisce l’analisi della frattura.

Con tutte le aree di miglioramento che si possono discutere, nello scorso decennio il sistema formativo ha innovato, ampliato e flessibilizzato notevolmente il ventaglio e le modalità dei percorsi curriculari secondari e terziari, consentendo il potenziale allineamento con le esigenze delle imprese. Quello che manca non sono le competenze generate dal sistema d’istruzione, ma la massa critica di studenti che le sviluppano.

E’ la carenza di orientamento strutturale, diffuso sul territorio, continuo che determina larga parte del problema. Consentire ai ragazzi di sviluppare consapevolezza rispetto alle loro reali attitudini e di scegliere liberamente il percorso di studi condurrebbe ad una drastica contrazione dei tracolli riportati nei dati succitati.

Ancora oggi per il 50% dei ragazzi quella delle scuole superiori è una scelta “last minute” . Ne consegue un cospicuo rischio di errore, sistematicamente rilevato a fine ciclo: quasi un diplomato su due si pente delle scelte fatte proprio a 14 anni.

Liberare il potenziale di milioni di giovani

Ognuno di noi è molto diverso per metodologie di apprendimento, accesso alle informazioni/contenuti, comprensione, rielaborazione, memorizzazione, recupero del contenuto e verbalizzazione. Sbagliare strada può costare molto. Intraprendere percorsi formativi lontani dai personali stili cognitivi e dai propri interessi comporta maggiori probabilità di abbandono, in ragione dell’oggettiva difficoltà sia di raggiungere adeguati livelli di preparazione, sia di utilizzare efficacemente quanto appreso.

L’orientamento formativo e professionale si fonda su metodologie consolidate di analisi del “Sé”, d’indagine delle dinamiche del lavoro e delle competenze critiche, di verifica dei percorsi formativi più efficaci per il conseguimento di un obiettivo finalmente vissuto come proprio. 
Orientamento consiste nel liberare il potenziale di milioni di giovani, nel consentire loro di eccellere nei mestieri per cui sono dotati. Centinaia di migliaia di loro sceglieranno liberamente di non iscriversi ad un liceo, ma di percorrere strade diverse per divenire operai specializzati, tecnici, ricercatori, dirigenti di quelle aziende che oggi faticano a saturare le posizioni aperte.

E’ la stessa tecnologia che pervade l’esistenza di un’intera generazione a rappresentare il più efficiente alleato di quest’operazione sistemica. Se la scuola deve attivare e consolidare la cultura della scelta consapevole, strumentazioni evolute di orientamento web possono costituire la spalla operativa alla portata di tutti, personalizzabile e dinamicamente aggiornata, al servizio di studenti, docenti, genitori.

Quanto il giovane apprende in questo processo si evolve in un vestito mentale che lo accompagna anche nella sua vita di lavoratore adulto, consentendogli di non farsi sorprendere dai rapidi cambiamenti (soprattutto produttivi) a cui la nostra società è sottoposta.

Formazione, da slogan ad azione

Un buon orientamento consente di convogliare risorse adeguate e motivate verso la totalità dei settori produttivi.

La formazione consente di dotare queste risorse delle necessarie competenze, in maniera continua ed adeguata alle richieste del mercato. Lo slogan della centralità della formazione è oggi utilizzato di solito per chiedere più finanziamenti, più posti, più sicurezza più diritti e meno doveri, spesso addirittura per rifuggire dalle responsabilità.

Il filo rosso degli interventi sulla formazione deve essere invece la lotta alla disuguaglianza, mettendo tutti in condizione di dare un proprio contributo alla vita sociale attraverso il lavoro, dignitoso, equo e sostenibile.

Un nuovo sistema formativo che sia allo stesso tempo formazione di massa, per tutti (giovani e anziani) e formazione di specialisti e di ricercatori, dovrà conoscere anche una innovazione dei metodi didattici, di ricerca e di relazione docente-discente. Bisogna integrare teoria e pratica, scuola e lavoro, laboratorio sperimentale con studio individuale e collettivo. Andrà superato il concetto di materia di insegnamento, di “cattedra” e di “classe” a favore di soluzioni interdisciplinari e di modalità flessibili e modulari di apprendimento. 

Le “materie” del 21° secolo

Un nuovo sistema formativo autenticamente efficiente dovrà porsi le seguenti finalità:

  • farsi carico delle dinamiche del 21° secolo, a cominciare dalla internazionalizzazione dell’economia, dal problema ecologico, dallo sviluppo sostenibile, dalla comprensione e dalla solidarietà tra i popoli. 
  • portare tutti i cittadini a uno stadio minimo di istruzione e formazione adeguati alle nuove sfide, senza lasciare indietro nessuno. Ci riferiamo a basi culturali che prevedono anche le scienze e le discipline di riferimento per il 21° secolo quali, ad esempio, le tecnologie digitali, la matematica e l’intelligenza artificiale, l’ecologia, l’economia internazionale e il management delle filiere, la sanità e la biologia, la storia materiale e la filosofia contemporanea.
  • puntare sullo sviluppo del pensiero critico e capacità di lettura dei fenomeni, abilità decisive per saper individuare i tasselli produttivi e formativi che si modificano nel tempo.

Apprendistato e formazione professionale

Le aziende italiane spesso rilevano difficoltà nel reperire i profili professionali di cui hanno più bisogno. Tra le prime 20 professioni più difficili da reperire, 13 rientrano proprio nell’ambito della Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) e sono comprese fra le 25 previste dal nuovo Repertorio Nazionale delle qualifiche e dei diplomi professionali approvato nell’agosto 2019 in Conferenza Stato-Regioni. Rispetto ad altre offerte formative di respiro nazionale, i corsi triennali e quadriennali della IeFP, che rilasciano Qualifiche o Diplomi professionali di competenza regionale, si rivelano efficaci in termini di inserimenti professionali veloci, positivi e coerenti con il titolo acquisito e di mantenimento nel medio periodo del tipo di occupazione. 
In tali termini la formazione professionale è realmente politica attiva del lavoro ed è per questo motivo che va potenziata in tutto il Paese e garantita in ugual misura in tutte le Regioni.

Leva di occupabilità per giovani ed adulti

Una formazione professionale utile al sistema produttivo e attraente per i giovani si deve porre due obiettivi:

  • fornire a tutti i basic tecnici, scientifici e gestionali adeguati ai sistemi produttivi del 21° secolo
  • introdurre alle competenze base di tipo tecnico-operativo per le principali macro-famiglie professionali puntando alle competenze fondamentali della famiglia come sono oggi e come si stanno evolvendo.

Anche gli adulti che necessitano di una riqualificazione professionale devono poter trovare nella IeFP un’offerta formativa adeguata ai propri fabbisogni. Occorre organizzare tale offerta immaginando percorsi di qualifica professionale di durata biennale o triennale, pianificati in orari e giorni compatibili con il proprio impiego, o durante i periodi di cassa integrazione.

Il potenziale della dialettica territoriale

Il positivo impatto occupazionale di buona parte del modello IeFP si fonda sulla dimensione locale della progettazione ed erogazione della formazione. Questo avviene perché le Regioni conoscono i fabbisogni professionali presenti nel proprio territorio e hanno un collegamento diretto con il mondo produttivo locale. Pertanto è fondamentale che le Regioni mantengano alta tanto l’attenzione nel programmare i piani di formazione sulla specificità del territorio, quanto la capacità di ascolto e relazione con il sistema produttivo e formativo.

Saper fare

Per alcuni ambiti professionali, la preparazione di chi consegue un diploma di scuola superiore non risulta sufficientemente completa o rispondente alle richieste delle imprese e del mondo produttivo, anche a causa del fatto che i percorsi scolastici, a differenza di quanto avviene nella formazione professionale, non sono strutturati per prevedere una forte componente esperienziale o per mettere in condizione i giovani di sperimentare sufficientemente sul campo le proprie competenze.

La formazione professionale, attraverso la didattica laboratoriale e la forte alternanza con le esperienze formative svolte in azienda, consente di acquisire una preparazione completa e competenze sia trasversali sia tecnico e professionali.

Benzina per chi corre

Le professioni legate alla Green Economy, al digitale e alla sostenibilità ambientale e sociale offrono prospettive di inserimento professionale importantissime per i giovani di oggi. L’Italia è uno dei paesi con realtà imprenditoriali già da tempo attive nella sostenibilità ma occorre fare di più e investire ancora meglio e in modo massiccio sulla formazione di quei profili professionali richiesti.

I fondi messi a disposizione per la formazione continua e l’aggiornamento potranno essere una reale opportunità se investiti in questa direzione, cioè per favorire lo sviluppo di skill e competenze tecniche che accelerino nel nostro Paese la sostenibilità e la transizione verde e digitale.

Apprendistato di primo livello

L’apprendistato di primo livello, ancora poco utilizzato, andrebbe potenziato perché coniuga formazione e esperienza lavorativa all’interno di un vero e proprio contratto di lavoro consentendo a molti giovani, che insieme alle donne pagano più di tutti questa crisi economica, di affacciarsi al mercato del lavoro. Allo stesso tempo le imprese avrebbero la possibilità di integrare direttamente lo studio con l’acquisizione delle competenze loro necessarie. Concretamente è necessario:

  • un maggiore investimento nei percorsi di IeFP duali (Iefp e apprendistato), anche in una logica sussidiaria forte con l’intervento dello Stato nelle Regioni in cui sono del tutto assenti;
  • un potenziamento dell’offerta formativa, dei laboratori, delle attrezzature, dei servizi di orientamento e placement, delle risorse umane dedicate, in modo che i Centri di Formazione Professionale possano svolgere un ruolo attivo all’interno di reti e partenariati per servizi integrati di formazione e lavoro, ponendosi come anello di congiunzione tra l’allievo, la scuola e il trasferimento delle skills richieste dalle imprese;
  • diffusione della conoscenza dell’apprendistato di primo livello con campagne informative a carattere sia nazionale che regionale indirizzate a tutti i soggetti presenti sul territorio (famiglie, giovani, scuole, associazioni di consulenti del lavoro e imprese) ;
  • maggiore spazio per la formazione specifica del tutor aziendale e del tutor formativo: due figure essenziali per garantire un solido modello di collaborazione tra l’azienda e il luogo deputato alla formazione;
  • sistematizzazione dell’identificazione e della validazione delle competenze esperienziali acquisite dal giovane durante la formazione svolta in impresa in modo che possano integrarsi con quanto appreso nel luogo classico della formazione.

Anche i tirocini andrebbero ripensati per tradursi in veri strumenti formativi e non essere mezzi per avere forza lavoro a basso costo. Le azioni concrete per il loro potenziamento sono due:

  • una chiara e spendibile certificazione delle competenze acquisite;
  • un consolidamento dell’accompagnamento del tirocinante sul luogo di lavoro (attraverso un servizio di empowerment che gli consenta sia di prendere maggiore confidenza con il luogo di lavoro e i ruoli lavorativi incrociati, si di sostenerlo in eventuali momenti critici vissuti nel corso dell'esperienza svolta.

Filiere formative a geometrie variabili

Bisogna pensare lo sviluppo di filiere formative a geometrie variabili, ossia attraverso una governance a guida pubblico-privata dove le regioni - o altri livelli territoriali in accordi di programma – possano coinvolgere altri enti pubblici, reti di imprese, istituti scolastici, agenzie formative e università. Anche i finanziamenti sono integrabili, coinvolgere fondi europei – es. Sure - e fondi privati – col “volontariato” da parte di aziende ad “adottare” classi sia da infrastrutturare tecnologicamente sia da coinvolgere in momenti di formazione innovativa o competitiva. 

Ripensare la formazione continua: quali competenze

La formazione continua sviluppata negli ultimi decenni è gravemente deficitaria sia per le quantità (inferiori a tutti i paesi industrializzati) sia per la qualità (centrata sulle normative e sugli adempimenti), sia per i metodi tradizionali centrati sulla lezione cattedratica. 
I fabbisogni emergenti sono di due tipi:

  • basic funzionali (nuove tecnologie, economia, ecologia, organizzazione di impresa, miglioramento continuo) 
  • contenuti e metodi più specialistici dei settori e delle filiere. Particolare rilevanza hanno le cosiddette competenze trasversali per mettere in grado le persone di partecipare come protagonisti ai progetti di innovazione.

I contenuti vanno aggiornati equilibrando la spinta tecno centrica con una visione più umano centrica. La formazione continua dei lavoratori avrà contenuti tecnico-scientifici di base ma deve inoltre essere strettamente collegata alle applicazioni e alla innovazione in azienda. L’obiettivo è di collegare la formazione ai progetti innovativi. Le esigenze aziendali o di filiera sono il laboratorio applicativo della formazione continua. 

Dal punto di vista dei metodi didattici si dovrà adottare un apprendimento attivo basato sulla sperimentazione individuale e collettiva, sullo stretto rapporto teoria-pratica e quindi centrati sulla partecipazione diretta e l’integrazione tra formazione in loco e a distanza. Infine, la formazione continua, sin dove possibile, dovrà essere congiunta, tra operai e capi, tecnici specialistici ed operativi, dirigenti e rappresentanze sindacali.

Governance e partecipazione della formazione continua

Il tempo della formazione va ampliato cogliendo le opportunità create dalla riduzione forzata di orario e dal sostegno al salario assicurato dal fondo europeo SURE e dalla cassa integrazione italiana. Converrà evitare la cassa a zero ore, e rendere obbligatoria la formazione nelle ore di cassa.

Questa nuova epoca di formazione continua ha infine bisogno di una governance più efficace che può essere esercitata solo dagli attori sociali direttamente interessati: imprese, lavoratori e rappresentanze. Una prima soluzione è quella di configurare un governo snello del sistema, condiviso tra le parti sociali, collegato alla specificità dei sistemi produttivi, sostenuto da Nuclei scientifici di presidio didattico. Una seconda soluzione è di puntare su una formazione continua obbligatoria per tutti i lavoratori e regolata dai CCNLL. Una terza soluzione è di adottare un misto di formazione in loco e a distanza sviluppando una comunità dei formatori che operi sull’innovazione.

Un tale modello sarebbe pienamente coerente con lo spirito del recentissimo  European Social Partners Autonomous Framework Agreement On Digitalisation, il documento che sintetizza la riflessione delle parti sociali europee su questi temi . 

Conclusioni
Lo scenario post covid19 non farà sconti. La classe dirigente del Paese, politica, economica, della rappresentanza, della produzione della conoscenza, sarà chiamata a renderne conto entro 2/3 anni. Il Covid ha rottamato l’era degli slogan, dei rinvii, delle “pezze calde”. I paragoni con i nostri partner europei saranno, sotto questo profilo, implacabili.

L’efficacia dei progetti di riduzione delle diseguaglianze si fonda sul coniugare virtuosamente gli interventi sul breve periodo con gli interventi di sviluppo di lungo periodo. Il mercato del lavoro è il terreno su cui il moltiplicatore degli investimenti è più alto, quale motore di quell’economia della conoscenza che qualifica ormai inesorabilmente il sistema produttivo italiano. Passi indietro rispetto alla capacità di alimentare costantemente e adeguatamente la “fabbrica delle competenze” ci condurrebbe alla depressione strutturale. Quale economia di trasformazione posizionata nella fascia alta delle produzioni e dei servizi siamo condannati a correre alla velocità dei migliori del mondo. Non abbiamo altro da proporre al mercato globale.

I giovani sono la nostra risorsa primaria. Orientamento efficace e sistemico, formazione professionale e continua aderente alle dinamiche produttive sono la precondizione per la valorizzazione dell’autentico patrimonio nazionale: un know-how tecnico ed imprenditoriale solido quanto diffuso, in linea con i più elevati standard internazionali.

Il Governo è chiamato a dare corpo all’intuizione del Fondo Nuove Competenze, non solo con risorse adeguate, ma anche con un sistema di governance che ne consenta la reale capacità di impatto. l'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro è il regista naturale dell’intervento, coordinatore di una “Cabina di regia per il lavoro”  a cui chiamare le parti sociali ed i soggetti territoriali. Non un forum di opinioni o di veti a somma zero, ma un’agorà deliberativa su priorità decise dal Governo e dal Parlamento ed un’agenda dettata dall’Anpal. L’Italia è un Paese complesso che necessita di interventi partecipati. La fase dell’emergenza si è conclusa (sic et simpliciter), ora è il tempo di richiamare gli attori della società e dell’economia alle loro responsabilità.

 

Luigi Campagna, docente MIP Politecnico di Milano
Marino Lizza, managing partner WeCanJob.it
Luciano Pero, docente MIP Politecnico di Milano
Roberto Rossini, presidente nazionale ACLI

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