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Le competenze linguistiche di base: la minaccia che viene dal Web

19
dic
2018

Questo che avete appena cominciato a leggere non è un articolo figlio di un sentire nostalgico o conservatore. È invece un articolo che (di certo non per primo) riflette su una questione allarmante. Le considerazioni che seguono, infatti, provenendo dall’osservazione di certe frequenti abitudini di scrittura e lettura negli estesi ambienti del Web, vogliono ragionare circa le loro implicazioni nel mondo del lavoro, contesto di cui generalmente ci occupiamo in questo blog. La domanda che oggi ci muove è la seguente: può una pratica quotidiana, quale la scrittura in chat o genericamente nei social network, soprattutto tramite smartphone, influenzare in maniera negativa la dotazione di competenze di base di un individuo?

Social network, smartphone, fake news e profili falsi

La fortunata trasmissione di Rai Tre Presadiretta, nell’ultima puntata della sua stagione 2018 (Iperconnessi), andata in onda lo scorso 15 ottobre, ha portato all’attenzione del grande pubblico una serie di dati allarmanti tratti da studi e testimonianze autorevoli: l’utilizzo ormai inveterato degli smartphone e dei social network, comune a gran parte della popolazione mondiale, starebbe cambiando le capacità cognitive delle persone, rendendole incapaci di prestare attenzione per più di pochi secondi allo stesso argomento e di conseguenza depauperandole delle abilità di ragionamento complesso.

Tra le altre cose ciò vuole anche dire che, come sostiene una ricerca dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli riferita al contesto italiano e citata nella trasmissione, oggi 4 persone su 5 non sono in grado di capire se un profilo Facebook o Twitter sia falso o meno, mentre 3 su 5 sono incapaci di capire se la notizia che stanno leggendo sia mendace o veridica (numeri davvero preoccupanti, che ci restituiscono scenari foschi e molto più immediati e concreti rispetto a quelli per esempio paventati nella serie tv britannica Black Mirror, in cui il Web e gli strumenti di comunicazione digitale si rendono protagonisti di distopie più o meno spaventose e vicine nel tempo).

Detto in soldini, è molto probabile che a causa dell’utilizzo costante dello smartphone e dei social network siamo più inclini a berci qualsiasi fesseria; e, bevendoci qualsiasi fesseria, contribuiamo in maniera incrementale alla diffusione di notizie false, talvolta (se molto spesso) utilizzate proditoriamente per indirizzare le nostre opinioni e i nostri comportamenti. Ma questo, forse, avviene soltanto perché a livello istituzionale (e non solo) ancora non siamo stati in grado di adottare giuste contromisure, soprattutto di ordine educativo.

Leggere tweet e leggere narrativa: cosa cambia?

Molti potrebbero però dire che “oggi”, al contrario di “ieri”, le persone sono molto più abituate a leggere nel proprio quotidiano. Questo perché siamo subissati da messaggi di ogni genere: non solo le onnipresenti pubblicità, ma anche gli articoli molto accessibili delle testate online, gli annunci, le continue sovrimpressioni alla tv, i messaggi di testo che ci arrivano su Messenger, le conversazioni con i gruppi di amici su WhatsApp, gli status su Facebook, i comunicati su Twitter… Certo, in ogni caso si tratta di testi: tutti ne leggiamo a bizzeffe durante ogni fase della giornata.

Ma leggere una serie di tweet non è come leggere un romanzo. Questo è chiaro. La studiosa Maryanne Wolf (neuroscienziata autrice, tra gli altri, di Lettore, vieni a casa e Proust e il calamaro) ha per esempio sostenuto che l’utilizzo degli smartphone e l’abitudine ai supporti digitali impigrisce il nostro cervello, inibendo la capacità di “lettura profonda” e influenzando negativamente anche l’apprendimento, la capacità critica, l’intuizione e addirittura l’empatia.

Al contrario, come sostengono altri autorevoli studi, leggere testi di narrativa stimolerebbe l’insorgere di emozioni profonde, aumentando contemporaneamente la capacità di discernimento critico e anche l’empatia (in proposito si legga quando riportato qualche tempo fa da L’Internazionale). Va da sé che a privilegiarne è anche la ricchezza lessicale e linguistica a nostra disposizione, strumento principale che abbiamo per descrivere e interpretare, dunque capire, il mondo e gli altri suoi abitanti.

Leggere e scrivere: le competenze linguistiche di base nell’era digitale

Purtroppo, però, sembra che la lettura (s’intenda di libri, e non di commenti sui social) non sia in Italia il passatempo preferito delle persone. E questo lo sappiamo ormai da tempo, come dimostrano i dati statistici che ogni anno ci restituiscono un quadro sempre più fosco: basti pensare che circa il 60% degli italiani maggiori di 6 anni non ha letto, nell’ultimo anno, nemmeno un libro (a esclusione di quelli scolastici). A questa situazione, già preoccupante di per sé, va aggiunto quanto succede a causa dei supporti digitali.

A essere seriamente messe a rischio sono così non soltanto le competenze linguistiche di base, leggere e scrivere in sostanza, ma anche le competenze relazionali e comunicative (ossia le cosiddette soft skills): competenze che la simultaneità nella comunicazione, l’iperconnessione e l’abitudine all’utilizzo dei social rendono sempre più deboli, nonostante quanto si potrebbe al contrario pensare.

E questo paradossalmente avviene in un periodo in cui, ce lo dicono i dati, le competenze digitali sono sempre più richieste dalle aziende, anche quando si tratta di ricoprire ruoli e mansioni non direttamente connesse all’informatica o al web: basti pensare che, secondo quanto emerge dall’Osservatorio delle Competenze Digitali 2018, il 14% circa degli annunci di lavoro richiede oggi che si abbiano competenze digitali.

Chiudiamo quindi con una speranza: che la lettura di testi complessi, su carta e non su supporto digitale, possa tornare a essere un’abitudine nelle nostre vite. Ne beneficerebbe l’intero nostro set di competenze, e ne beneficerebbero dunque anche gli ambienti lavorativi nella loro interezza.

 

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