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Lavorare nell'Università italiana: praticamente impossibile. Ecco i dati

09
gen
2018

La ricerca e l'alta formazione sono la vostra passione? Avete concluso o state per concludere brillantemente il vostro percorso di laurea e desiderate lavorare con l'Università? Si tratta di un'aspirazione legittima e assai stimolante per migliaia di laureati e laureate. Ma lavorare nell'Università italiana è sempre più difficile, se non impossibile. In questo blog vi segnaliamo generalmente i settori e i percorsi formativi e professionali che offrono maggiori opportunità. Eppure un buon servizio di orientamento serve anche a mettervi in guardia sulle difficoltà di accedere ai settori che non rappresentano più uno sbocco occupazionale credibile. Purtroppo l'Università italiana è uno di questi. Lo dicono i dati che illustriamo di seguito.

Il rapporto su Precariato, Reclutamento e Personale nelle Università

Ci basiamo sul II Rapporto di ARTeD, l'Associazione dei Ricercatori a Tempo Determinato. In effetti, per chi non avesse chiaro il funzionamento delle assunzioni nelle Università, va subito sottolineato che dal 2012 il lavoro "a tempo determinato" è divenuto la regola. E quando si prolunga per anni e anni si trasforma in precariato.

Nel repertorio professionale di WeCanJob abbiamo descritto il "professore universitario", illustrando la lunga carriera per accedere a un posto di ruolo. Va conseguita la laurea con ottimi voti, poi un dottorato di ricerca e una scuola di specializzazione. Quindi periodi di post-dottorato (come gli "assegni di ricerca") in cui si partecipa ad attività di ricerca, si fanno pubblicazioni scientifiche, si partecipa a convegni e all'attività didattica. Il tutto per arricchire il proprio curriculum accademico in attesa di partecipare a un concorso per ricercatore che, appunto, è comunque a tempo determinato. Dall'introduzione della Legge n. 240 del 2010 (cosiddetta "riforma Gelmini") i ricercatori lavorano con contratti a tempo, così distinti:

  • Tipologia A (RTDa junior): di durata triennale, prorogabile per altri 2 anni, una sola volta. Per partecipare bisogna possedere il dottorato di ricerca oppure, per i settori che lo prevedono (area medica), diploma di specializzazione
  • Tipologia B (RTDb senior): contratto triennale non rinnovabile, riservato a candidati con almeno un contratto triennale come RTDa alle spalle, oppure un triennio di "assegni di ricerca" anche non consecutivi, oppure il possesso della Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), oppure un diploma di specializzazione, anche in tal caso solo per l'area medica

Tenendo distinti questi due profili, il Rapporto ARTeD mostra i "numeri" del personale docente e ricercatore degli Atenei italiani, guardando ai dati dal 2008 al novembre 2017 estratti dal database del Cineca, il consorzio interuniversitario che gestisce i dati di circa 70 Università italiane.

La ricerca in Università è lavoro precario

Nel Rapporto si conferma il "grave processo di inaridimento che è in corso nelle nostre Università, dovuto a tanti anni di blocco del turn-over e alla riforma Gelmini che ha avuto diversi effetti negativi, tra cui il drastico peggioramento del fenomeno del precariato nel mondo universitario". Questa crisi dell'Università riguarda innanzitutto la generale diminuzione del personale nell'arco dei 10 anni: 9.520 unità in meno. Se però si guarda la variazione del personale "di ruolo", ovvero assunto a tempo indeterminato, la diminuzione è di quasi 15.000 unità (14.925).

La quota dei ricercatori a tempo determinato ammonta a poco meno di 6.000 unità:

  • gli RTDa aumentano molto rapidamente a partire dal 2011, per poi stabilizzarsi intorno alle circa 3.500 unità dal 2015
  • gli RTDb crescono molto timidamente fino al 2015, per poi avere un rapido aumento nel 2016, grazie al "piano straordinario" contenuto nella Legge finanziaria del 2015, che ha dato fondi aggiuntivi agli Atenei per il reclutamento di 861 RTDb in tutta Italia

Se ai 6.000 ricercatori a tempo determinato si aggiungono i 13.000 assegnisti, i collaboratori, le partite Iva e i ricercatori "in vacanza di contratto", il numero totale di precari arriva fino a circa 40.000 unità. Quasi la metà dell'occupazione negli Atenei italiani riguarda personale precario.

Il rapporto di ARTeD riporta anche una "proiezione" delle opportunità di lavoro nell'Università per i prossimi cinque anni (2018-2022): ebbene, senza uno specifico piano di reclutamento di RTDb, il numero dei docenti di ruolo continuerà a ridursi, e si arriverà a perdere circa 19.000 unità nel 2022 rispetto al 2008.

Università: e dopo il precariato? La disoccupazione

In questo quadro già poco idilliaco la scelta di investire nell'Università come sbocco professionale è quantomeno irrazionale. Perché cercare a tutti i costi di svolgere un lavoro precario? In effetti la risposta sta nella passione per la ricerca e per le scienze, ma anche nella volontà di farcela sperando che dopo il precariato giunga la tanto desiderata stabilizzazione. Ma qual è il "destino contrattuale" dei ricercatori a tempo determinato? Nella stragrande maggioranza dei casi c'è il ritorno al precariato, per gli altri la disoccupazione.

Per i 6.807 RTDa reclutati dal 2012 a oggi, fatti salvi i circa 3.500 che hanno ancora un contratto attivo, si aprono tre possibili scenari:

  • una parte di questi è risultata vincitrice di un contratto come RTDb
  • una parte (molto piccola) è riuscita a vincere direttamente un concorso come Professore Associato, dunque a tempo indeterminato
  • la grande maggioranza (il 65% circa) è stata "retrocessa" ad assegnista, o non ha avuto alcun rinnovo di contratto

Pertanto il contratto da ricercatore Tipologia A (RTDa) si conferma essere un treno su un binario morto: non ha sbocchi.

Anche il destino dei 2.492 RTDb reclutati finora non è roseo. In questo caso la stragrande maggioranza degli assunti ha ancora il contratto in corso. Degli RTDb che hanno concluso il loro contratto di tre anni, solo il 31% è entrato di ruolo come Professore Associato. Il contratto come RTDb è sicuramente un contratto migliore degli RTDa, ma non è una garanzia di stabilizzazione.

Pertanto, prima di scegliere lo sbocco universitario, vi invitiamo a riflettere bene. Si tratta di un mondo in cui non solo si lavora da precari, ma lo si fa anche con pochissime garanzie future, e senza opportunità di carriera, se non per una striminzita minoranza. Un mondo che, salvo piani straordinari dei futuri governi, tende a peggiorare negli anni.

Se volete approfondire i dati citati in questo articolo, consultate il rapporto integrale di ARTeD.

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