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Lavorare in smart working dal Sud: il south working

22
lug
2021

Fino a qualche anno fa lavorare in regime di lavoro agile era prerogativa di pochissime categorie di lavoratori, perlopiù libero-professionisti o freelance

Lo strappo determinato dall’emergenza sanitaria ha spinto moltissime aziende a considerare seriamente l’eventualità di rendere lo smart working una costante nei propri processi organizzativi. Dal canto loro, tanti lavoratori fuori sede hanno colto l’occasione del lavoro da remoto per rientrare nelle proprie città, conciliando la propria attività con la vicinanza agli affetti e alla famiglia.

In questo quadro si è cominciato a parlare di south working, ovvero una particolare coniugazione dello smart working. In questo articolo parleremo proprio di questo: cos’è il south working e in cosa consiste e quali sono vantaggi e svantaggi di questo nuovo modo di intendere il lavoro a distanza.

Che cos’è il south working

Entrata di recente nell’uso comune, l’espressione south working sta a indicare il fenomeno, collegato al diffondersi della pratica dello smart working, che ha visto e vede migliaia di lavoratori spostare la propria sede lavorativa nelle regioni del Sud Italia, pur continuando a svolgere il proprio incarico per aziende del Centro e del Nord.

Secondo uno studio condotto da Datamining per conto di Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, si stima che sarebbero oltre 100.000 i lavoratori coinvolti nel south working nel corso del 2020. 

Un’inversione di tendenza rispetto a quanto accaduto negli ultimi due decenni, caratterizzati da un flusso costante di meridionali che si sono stabiliti nel Nord del Paese per esigenze di lavoro o di studio. 

Complice la maggiore diffusione del virus nelle regioni settentrionali, chi ha già un impiego che non richiede una presenza fisica costante nella sede del datore di lavoro o del committente preferisce tornare nei propri luoghi d’origine, aprendo nuove possibilità per il Mezzogiorno costantemente provato dall’emigrazione e dallo spopolamento.

Quali sono i vantaggi di lavorare in south working 

Opportunamente indirizzato, il fenomeno del south working potrebbe dunque costituire una vera e propria rivoluzione nel mondo del lavoro e un importante strumento per abbattere le disparità tra Nord e Sud, di cui beneficerebbero sia le imprese che i lavoratori.

Dal punto di vista delle aziende, infatti, i vantaggi del south working si concretizzerebbero in:

  • una maggiore flessibilità nella gestione degli orari di lavoro;
  • una riduzione dei costi fissi, legati per esempio all’affitto degli uffici, che potrebbero essere ridimensionati, e al loro mantenimento;
  • una riduzione dei costi extra, come quelli necessari all’erogazione dei buoni pasto o alla gestione di una mensa aziendale;
  • una maggiore motivazione da parte del personale, che porterebbe a una maggiore produttività;
  • un miglioramento delle competenze digitali dei lavoratori;
  • una riduzione degli straordinari e dei fenomeni di assenteismo per le Pubbliche Amministrazioni.

Inoltre, relativamente alla sicurezza sul luogo di lavoro, può essere interessante notare che grazie al diffondersi della pratica del lavoro agile nel 2020 sono diminuite le denunce per infortuni sul lavoro (-15,8% rispetto al 2019).

Paradossalmente, proprio grazie a un’ulteriore destrutturazione del lavoro subordinato, i dipendenti vedrebbero tornare al centro del dibattito il problema del luogo di lavoro, da tempo sacrificato sull’altare della flessibilità, con risvolti importanti dal punto di vista della qualità della vita.

Per i fuorisede lavorare dal Sud comporterebbe infatti un significativo risparmio in termini di spostamenti e costo della vita, spesso più oneroso al Nord che al Sud, e una maggiore vicinanza agli affetti e alla famiglia, oltre alla possibilità di scegliere il luogo in cui vivere in base alle proprie preferenze e possibilità.

Ciò comporterebbe delle ricadute positive sull’intera rete sociale, per esempio in termini di ripopolamento delle aree depauperate, con la presenza dei giovani in alcune realtà che farebbe inevitabilmente rifiorire l’economia locale, e anche a livello ecologico, con una riduzione degli spostamenti, per esempio a ridosso dei periodi festivi.

Ma non è tutto oro ciò che luccica: il south working non risolve il problema della disoccupazione giovanile al Sud dal momento che i south workers sono comunque impiegati al Nord, senza contare che non tutte le aree del Paese sono coperte da un’infrastruttura digitale adeguata. 

Inoltre, poiché si tratta pur sempre di smart working, il south working condivide con esso gli stessi problemi:

  • minore controllo sul dipendente e problemi di sicurezza informatica;
  • favorisce l'isolamento sociale;
  • accentua le disparità economiche, poiché occorrono dotazioni tecnologiche;
  • diminuzione dello spirito di squadra;
  • minori occasioni di crescita professionale;
  • spinge le aziende a maggiori esternalizzazioni.

Secondo il direttore dello Svimez Luca Bianchi, alcuni di questi problemi possono essere risolti attraverso:

  • incentivi di tipo fiscale e contributivo; 
  • creazione di spazi di co-working
  • investimenti sull’offerta di servizi alle famiglie (asili nido, tempo pieno, servizi sanitari) 
  • infrastrutture digitali diffuse in grado di colmare il gap Nord/Sud e tra aree urbane e periferiche.

Insomma, puntare sullo south working può essere una scommessa vincente per tutti, a patto che il cambiamento avvenga sulla base di una concertazione tra tutte le parti e che sia accompagnato dagli opportuni aggiornamenti normativi. 

LEGGI ANCHE: Lavorare da remoto: un buon ufficio casalingo aumenta la produttività

 

Ettore Bellavia

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