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L'economia circolare, un paradigma destinato (si spera) ad affermarsi

05
set
2019

Che cos'è l'economia circolare?

Non appena si parla di "economia circolare" si pensa immediatamente alla sostenibilità e all'ambiente. Il concetto, infatti, rimanda a un sistema economico, alternativo a quello classico, che mira a rigenerarsi autonomamente, limitando gli sprechi di ogni tipo di risorsa e innovando la gestione e il riutilizzo dei materiali di scarto.

Recupero, innovazione e, soprattutto, revisione delle fasi di produzione sono dunque alcune delle parole-chiave che raccontano un paradigma economico in rapida ascesa almeno dal 2014, quando fu presentato al World Economic Forum di Davos. Nel 2015, questo concetto è diventato il cavallo di battaglia della Commissione Europea, allora diretta da Jean-Claude Juncker. È legittimo, dunque, domandarsi oggi, nel 2019, a che punto siamo con la conversione economica ufficializzata diversi anni fa e qual è l'impatto occupazionale che l'attuazione del "nuovo" sistema ha generato.

L'attività di ricerca attorno all'economia circolare

Per trovare qualche risposta ci affidiamo ai lavori di ricerca svolti dell'ENEA insieme al Network e Fondazione per lo Sviluppo sostenibile e raccolti nel Rapporto sull'economia circolare in Italia, pubblicato nella primavera del 2019. I dati utilizzati sono elaborati da EUROSTAT, ma l'approccio interpretativo è diverso rispetto a quello dell'Unione Europea: come spiegano gli autori del report, tale scelta deriva dalla necessità di arricchire la lettura dei dati nell'ottica di fornire altre prospettive in grado di "stimolare le politiche di crescita della circolarità della nostra economia".

L'Unione Europea, nel 2015, ha adottato un Piano d'azione sull'economia circolare consistente in 7 macro-settori, di cui il report ha valutato le performance: produzione, consumo, rifiuti, mercato delle materie prime seconde, innovazione, investimenti e occupazione nell'economia circolare. Dal canto suo, l'Italia ha approvato il 2 ottobre 2017 una Strategia Nazionale per lo Sviluppo sostenibile, che mirava a definire gli obiettivi dell'uso efficiente delle risorse energetiche e di modelli di produzione sostenibili, anche in virtù dell'impegno individuale per un consumo attento e consapevole.

A che punto siamo, oggi? Non troppo avanti, purtroppo.

In tal senso, per quel che riguarda l'incrocio di misure sui mezzi produttivi e comportamento consapevole del singolo, è utile per esempio indicare che il tasso di riciclo della plastica al 2016 (ultimo dato disponibile) raggiunge appena il 43% in Italia e ciò per molteplici ragioni, di cui la mancanza di infrastrutture di smaltimento differenziato per il materiale plastico prodotto e distribuito e, tra le altre, l'ancora scarsa consapevolezza della riduzione possibile dello spreco quotidiano di plastica.

Ma quali sono i settori che afferiscono al "nuovo" sistema economico? E quale l'impatto occupazionale delle attività connesse all'economia circolare?

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Riciclaggio, riparazione e riutilizzo

Indichiamo in primo luogo che il Made in Italy è quello su cui conviene insistere maggiormente, con la finalità di sviluppare modelli sostenibili che valorizzino le Piccole e Medie Imprese italiane, vettori della produzione locale di eccellenza. Su tutte le misure applicabili presso le aziende, la diffusione di tecnologie in grado di raccogliere grandi quantità di dati permette di rendere i processi produttivi più efficienti in termini di risorse sfruttate e tempo impiegato.

Va poi detto, come noto, che i settori faro dell'economica circolare sono: riciclaggio, riparazione e riutilizzo. Ciononostante, è altrettanto noto che un diverso paradigma economico non può limitarsi a operare solo in alcuni ristretti settori; avendo tuttavia a disposizione solo i dati EUROSTAT relativi ai suddetti settori, è su questi che il Rapporto sull'economia circolare in Italia si è concentrato. Riportiamo di seguito gli indicatori elaborati per valutare l'impatto occupazionale dei settori tipicamente "circolari":

  • il numero di persone occupate nei settori sopraindicati - in Italia la percentuale raggiunge nel 2016 oltre il 2% del totale degli occupati, accusando tuttavia, e necessariamente, il calo generale del tasso occupazionale degli anni 2008-2016;
  • il numero di brevetti relativi al riciclo e alle materie prime seconde - dei 338 brevetti depositati nel 2014 in Europa, l'Italia può vantare la registrazione di solo 15 di essi;
  • gli indici di input e output di eco-innovazione - che includono lo stanziamento di risorse per la ricerca e lo sviluppo, nonché il tasso di investimenti green, e le pubblicazioni e gli esiti di tale attività di ricerca (l'Italia figura per input al 17° posto in Europa);
  • l'indice di eco-innovazione - in cui l'Italia vanta un buon risultato in termini di efficienza delle risorse;
  • il valore aggiunto al costo dei fattori - in cui l'Italia rientra nelle media europea, con un dato attestato all'1,07% del PIL, ovvero 18.020 milioni di euro;
  • gli investimenti lordi in beni materiali - il cui tasso per l'Italia corrisponde solo allo 0,13% del PIL.

In conclusione, l'economia circolare è un paradigma destinato ad affermarsi, ma su cui è necessario che l'Italia investa ancora!

Per approfondimenti, scarica qui il Rapporto sull'economia circolare in Italia completo.

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