Home wecanjob.it
Orientamento formazione e lavoro: il portale itali

Gli immigrati ci rubano il lavoro? Ecco cosa ci dice l'OCSE

19
mar
2019

Gli stranieri ci rubano il lavoro? Se non ci fossero noi italiani lavoreremmo di più e meglio? In molti, soprattutto in questo periodo, risponderebbero di sì. Tuttavia, analizzando i dati di settore, la realtà sembra tutt’altra.

In questo articolo proviamo allora a valutare il tasso occupazionale degli stranieri nei Paesi OCSE facendo affidamento sul rapporto Setting in 2018: Indicators of immigrant integration, realizzato congiuntamente dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e dall’Unione Europea. Rivolgeremo particolare attenzione all’Italia e alla condizione delle donne straniere. Studiare il lavoro degli immigrati, infatti, aggiunge consapevolezza sul presente ed è uno strumento utile per capire come muoverci in un mondo professionale in continua evoluzione.

Cosa ci dice l’OCSE? Immigrati, integrazione e lavoro in Europa

Come indica il titolo (Settling in 2018: Indicators of Immigrant Integration), il rapporto qui preso in analisi indaga l'integrazione degli immigrati e dei loro figli nei Paesi dell’Unione Europea, dell’OCSE e in alcuni partecipanti al G20. Al fine di stimare il livello di integrazione dei soggetti in esame (uomini e donne immigrati, con particolare attenzione ai giovani di seconda generazione, ovvero i nati nel Paese da genitori stranieri), la commissione si è dotata di parametri per misurare gli “outcomes” (i risultati) e ha individuato 74 indicatori che fanno riferimento a tre macro-settori:

  • mercato del lavoro e competenze;
  • condizioni di vita;
  • impegno civico e integrazione sociale.

Ci soffermeremo proprio sul primo di questi 3 aspetti.

Ecco allora un primo risultato: sono 28 milioni, in Europa, gli immigrati che lavorano. Va detto però che, mediamente, chi migra in Europa ha un reddito più basso rispetto a chi si installa in altri paesi dell'OCSE (Canada, Messico, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Turchia, Giappone, Cile, Australia, Repubblica di Corea).

In questo quadro, sostiene il rapporto, è comunque sempre meno probabile che un immigrato sia assunto in un Paese straniero rispetto a un autoctono, e il gap aumenta esponenzialmente quando l’immigrato è extraeuropeo (e chi, poi, si trova disoccupato tra gli immigrati difficilmente potrà accedere alle politiche di welfare previste nei Paesi europei).

Ma guardiamo all'Italia. Quanti immigrati lavorano nel nostro Paese?

Secondo il rapporto, l'Italia fa parte dei nuovi Paesi di destinazione di migranti economici scarsamente qualificati. Il tasso di povertà tra questi è del doppio rispetto agli italiani; le loro condizioni abitative sono persino peggiori.

Se è vero che l'Italia è in controtendenza rispetto agli altri Paesi, perché gli immigrati residenti in Italia sono occupati al 60% (contro un tasso occupazionale degli autoctoni pari al 58%), è vero anche che gli stessi sono impiegati, come noto, nei settori in cui agli italiani non interessa lavorare.

Gli immigrati, dunque, sono manodopera ad oggi ancora fondamentale che – in loro assenza e/o indisponibilità – nessuno assicurerebbe.

Come spiegava una ricerca condotta dal CNEL (Centro Nazionale per l'Economia e il Lavoro) già nel novembre 2012: «Se non c’è un’aspra concorrenza nel lavoro, e gli immigrati – anche con titoli di studio elevati – fanno lavori che gli italiani non cercano, vuol dire che l’integrazione è incompleta». Così affermava l'allora presidente del CNEL Antonio Marzano, puntando il dito anche contro le politiche di accesso alla cittadinanza, complici in Italia di complicare ulteriormente il processo di integrazione per i non autoctoni.

Il problema della sovra-qualificazione

All'epoca la previsione era che entro il 2020 i lavoratori stranieri avrebbero rappresentato oltre il 50% degli addetti a impieghi non qualificati. Per questo non sussiste un problema di concorrenza tra lavoratori italiani e stranieri, ma si istituisce piuttosto una situazione di complementarietà, perché gli immigrati sono in larga parte soggetti al fenomeno della sovra-qualificazione (cioè sono in possesso di un titolo di studio spesso di molto superiore rispetto alla posizione lavorativa che occupano).

Esiste una differenza anche tra gli stranieri laureati nel Paese d'origine e gli stranieri laureati nel Paese ospitante: i primi, infatti, saranno sovra-qualificati due volte più dei secondi (in Italia, il 67% contro il 32%).

Nel nostro Paese, dunque, il 52% dei lavoratori stranieri è sovra-qualificato, contro il 17% dei lavoratori autoctoni. In Europa, invece, i lavoratori immigrati sovra-qualificati sono il 34% (cioè 2,9 milioni); in media, più di 1 lavoro su 4 tra quelli scarsamente qualificati è svolto da immigrati, i quali mettono tra l'altro maggiormente a rischio la loro salute fisica senza la garanzia di condizioni contrattuali minime.

A complemento, il rapporto dell'OCSE evidenzia che oggi la mancata messa a valore delle competenze che chi immigra porta con sé ostacola non solo il processo di inclusione sociale degli stessi immigrati, ma anche la crescita economica del Paese d'arrivo. Infatti, sebbene un alto grado di istruzione favorisca l'integrazione, esso non garantisce pari ritorni rispetto agli autoctoni ugualmente qualificati.

Donne immigrate e lavoro nei paesi sviluppati

Se volessimo scegliere alcuni parametri-chiave tra i numerosi indicatori, dunque, potremmo segnalare: il lavoro, l'istruzione, la casa e la sanità; le disparità tra donne e uomini sono altresì tenute in forte considerazione.

Infatti, come evidenzia Stefano Scarpetta – direttore del dipartimento Lavoro e affari sociali dell'OCSE – le donne immigrate hanno un enorme potenziale, ma non è dedicata loro sufficiente attenzione nel processo di policy making né nel dibattito pubblico. Eppure rappresentano il 51% del totale degli immigrati nell'insieme dei Paesi presi in esame. Tra loro, il 38% possiede una formazione universitaria, e tale percentuale di altamente qualificate è maggiore sia a quella degli uomini (stranieri e autoctoni) sia a quella delle donne autoctone. In Europa, in generale, il tasso di disoccupazione delle donne immigrate è maggiore del 50% rispetto al tasso di disoccupazione femminile autoctona. Le donne straniere residenti in Europa, inoltre, sono impiegate nei servizi e nel lavoro riproduttivo 10 volte di più delle donne native.

Questo per sottolineare che anche tra gli immigrati, quando si tratta di lavoro, è la donna ad avere la peggio.

In chiusura, segnaliamo un dato importante che emerge nel report OCSE: in tutta Europa tra gli immigrati economicamente inattivi 1 su 4 vuole lavorare, mentre tra gli autoctoni solo 1 su 6 ha questa volontà.

 

La redazione di WeCanBlog

Utility WeCanJob
Profili professionali
» commenti inseriti : 0
Inserisci un commento:
Non sei autorizzato ad inserire commenti sul blog.

Ultimi 30 commenti
Non ci sono commenti
Tutti i contenuti editoriali contenuti e pubblicati sul sito wecanjob.it sono stati registrati e sono protetti dalle leggi in materia di proprietà industriale e/o intellettuale. Leggi ancora...
- Inizio della pagina -
NEWSLETTER
TROVACI SU
2015 WeCanJob S.r.L., Via Torelli n. 22, CAP 71100 – FG, Partita IVA 04016220719
Qualunque utilizzo è vietato se non autorizzato
0
Il progetto WeCanJob.it è sviluppato con il CMS ISWEB® di Internet Soluzioni Srl www.internetsoluzioni.it