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I Fridays for Future di Greta Thunberg e il Global Strike for Future: scioperare per il futuro del pianeta

05
mar
2019

Cosa fai venerdì prossimo? Greta Thunberg, sedicenne svedese, non avrebbe esitazione a rispondere: faccio un flash mob contro il cambiamento climatico davanti al Parlamento. Nell’estate del 2018, in occasione delle eccezionali ondate di calore con incendi boschivi in Svezia, la ragazza decise di boicottare la scuola fino alle elezioni di settembre, andando a sedersi ogni giorno davanti al Parlamento durante l’orario scolastico. Il suo intento era pretendere dal governo svedese che si rispettassero i limiti delle emissioni di carbonio sanciti nell’accordo di Parigi sul cambiamento climatico sottoscritto nel 2015.

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I Fridays for Future di Greta Thunberg: dalla Svezia al resto del mondo

Dopo le elezioni, Grata ha continuato la sua protesta ogni venerdì, partecipando nel frattempo al Raise for Climate davanti al Parlamento Europeo a Bruxelles dell’8 settembre e alla Dichiarazione organizzata di Rebellion Excintion, nuovo movimento sociale ed ecologista non violento ma con solide posizioni a favore dell’intervento. A seguito del suo discusso intervento nel dicembre 2018 alla Cop24 in Polonia, con il quale imbarazzò i governi mondiali sull’attuazione dell’accordo di Parigi, la vicenda di Greta Thunberg ha attirato in pochissimo tempo l’attenzione dei media e degli attivisti di tutto il mondo, facendo nascere il movimento Fridays for Future.

Così adesso, ogni venerdì, in tutti e 5 i continenti, migliaia di persone si ritrovano davanti al Parlamento del proprio Paese per mantenere alta la pressione sui governi proprio rispetto alle regole stabilite nell’accordo di Parigi.

Il surriscaldamento globale

L’obiettivo dell’accordo, stipulato a Parigi nel 2015, era di contenere il global warming, il surriscaldamento globale, molto al di sotto della soglia dei 2 gradi centigradi entro il 2040, attraverso una regolazione delle emissioni di gas serra. Ma è davvero così pressante il problema? Fa davvero più caldo nel mondo rispetto al passato? Sì, e anche molto: basti pensare che il 2018 è stato l’anno più caldo mai registrato dal 1800. E i primi 3? Il 2017, il 2016 e il 2015.

La direzione non è per nulla incoraggiante, se consideriamo che dal 1981 il ritmo di innalzamento delle temperatura è stato di 0,43 gradi ogni 10 anni.

Accordo di Parigi: cosa non sta funzionando?

A firmare l’accordo di Parigi sono stati 184 Paesi dei 195 membri dell’UNFCCC (Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici), fra cui tutti i Paesi dell’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e l’India. Tutti d’accordo su un unico punto: ridurre le emissioni di gas serra, fra le principali cause del cambiamento climatico.

Ma chi ha rispettato veramente l’accordo? Pochi Paesi e nessuna delle superpotenze. La Cina, in particolare, ora in un momento di forte espansione economica e industriale e di gran lunga prima per quantità di emissioni, sembra non essere minimamente disposta a rispettare quelle imposizioni, mentre gli Stati Uniti, con Donald Trump, sono diventati il primo Paese a dichiarare ufficialmente di voler uscire dall’Accordo, allontanando drasticamente il dibattito cruciale sulle tematiche ambientaliste.

Cosa si può fare, allora, se i Paesi ignorano gli accordi da loro stessi sottoscritti? Greta Thunberg e il suo movimento lo hanno capito istintivamente: intervenire attraverso la rappresentanza, la manifestazione, la resistenza civile, perché, banalmente, è rimasto poco tempo.

Secondo l’ultimo rapporto stilato dall’Ipcc, organismo scientifico dell’ONU preposto al monitoraggio del cambiamento climatico, bisognerà adottare soluzioni drastiche entro i prossimi 12 anni per evitare di raggiungere il punto di non ritorno. Per questo molti movimenti ambientalisti, fra cui il già citato Rebellion Exctintion, stanno virando con decisione sull’aspetto più movimentista ed estremo della battaglia ecologista. L’urgenza della questione è emersa chiaramente dall’intervento di Greta al Parlamento Europeo, tenuto nei giorni scorsi in presenza di Juncker:

“La gente spera sempre che i giovani salveranno il mondo, ma non sarà così. Semplicemente, non c’è abbastanza tempo per aspettare che noi cresciamo e diventiamo quelli al potere. Sappiamo che la maggior parte dei politici non vuole parlare con noi. Bene. Nemmeno noi vogliamo parlare con loro. Vogliamo invece che parlino con gli scienziati, vogliamo che li ascoltino, perché noi stiamo solo ripetendo quello che dicono e quello che hanno detto per decenni. Vogliamo che rispettiate l’Accordo di Parigi e le raccomandazioni dell’Ipcc, non abbiamo nessun altro manifesto o richiesta”.

Il Global Strike for Future del 15 marzo 2019

Per questo è stato indetto per il 15 marzo 2019 il primo Global Strike for Future, lo sciopero climatico globale, a cui in Italia hanno aderito anche la CGIL, Legambiente e Possibile. Nessun programma o manifesto, ma una sola richiesta ai governi: rispettare gli Accordi di Parigi per sperare di limitare i danni.

Il Global Strike è stato confermato in oltre 40 Paesi in tutti i continenti e soltanto in Italia vedrà manifestazioni in moltissime città, nella speranza che la questione ambientale diventi finalmente centrale nel dibattito sul nostro futuro e che l’indignazione si protragga fin quando sarà necessario.

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