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Erasmus: quando l'Estero chiama, gli Studenti rispondono

25
ott
2018

Avete dubbi se fare un’esperienza di studio o lavoro all’estero? Sgombrate il campo da ogni tentennamento: trascorrere un periodo di tempo “oltre confine” può avere tanti effetti positivi sul percorso di crescita di studenti e studentesse. E per diversi motivi. Dai banchi delle scuole superiori sino gli anni di studio universitari, possono esserci diversi momenti in cui arricchire con un’esperienza all’estero la propria formazione. Non conta quando si matura questa scelta, se alle superiori o all’università. L’importante è aver vissuto questa esperienza con la consapevolezza che rappresenta un investimento utile non solo sul piano personale, ma soprattutto fruttuso per arricchire il proprio bagaglio di competenze e conoscenze.

Lo abbiamo visto con i giovani della Generazione “I”, adolescenti delle scuole superiori internazionali per necessità, disposti a spostandosi al di fuori dei confini nazionali per cogliere opportunità e aperti alle diverse sollecitazioni di un mondo sempre più cosmopolita.

Lo vediamo oggi, in questo post, con le esperienze dei giovani della Generazione “E”, studenti universitari che hanno vissuto un periodo all’estero sfruttando le opportunità offerte dal programma Erasmus, programma che ha contribuito in maniera fondamentale ad accrescere la visione globale dei giovani e può essere, nei fatti, molto utile a livello occupazionale, non solo per imparare o consolidare una lingua straniera, ma anche per imparare a essere più autonomi e pronti ad affrontare le sfide derivanti dall’approccio con il mondo del lavoro.

Mobilità in uscita: studi e mete della Generazione “E”

Un tema molto “caldo” in questo periodo, con gli Erasmus Day conclusi da poco e di cui tanto si è parlato, portando all’attenzione dell’opinione pubblica numeri e identikit degli studenti e delle studentesse universitari che hanno preso parte a un programma Erasmus Plus o a un altro programma di mobilità dell’Unione europea. Il riferimento ai dati diffusi da Almalaurea sono chiari in proposito.  

Cresce i numero di laureati che durante il ciclo di studi universitario ha trascorso un periodo all'estero: dal 6,2% nel 2007 all’8,8% tra i laureati del 2017. Con Spagna, Francia, Germania e Regno Unito tra le mete preferite dagli studenti. Oltre agli iscritti a corsi di laurea dell’area linguistica, che fanno dell’esperienza all’estero un “pezzo” importante per la propria formazione, la scelta di partire è abbastanza frequente tra gli studenti delle seguenti aree disciplinari:

  • medicina e odontoiatria (16,9%)
  • architettura (13%)
  • giuridica (10,3%)
  • politico-sociale (10,3%)

Partono soprattutto gli studenti e le studentesse delle Università del Nord-est (11,6% dei laureati), sensibilmente meno i laureati delle università del Meridione (6,5%) e delle Isole (8,3%), un dato su cui probabilmente incide la condizione socio-economica della famiglia di origine, la quale necessiterebbe di un maggior sostegno economico per sostenere i costi di un’esperienza di studio all’estero.

Un’osservazione ripresa anche in un recente Rapporto sulla condizione studentesca, pubblicato dal Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, che tra i diversi aspetti temi affrontati sottolinea anche quanto sia importante continuare a sostenere la partecipazione degli studenti italiani ai programmi di mobilità internazionale, soprattutto per chi versa in condizioni socio-economiche meno favorevoli, affinché la partecipazione sia la più inclusiva possibile.

Se questo è brevemente il trend che caratterizza la mobilità degli studenti verso l’estero, cosa dire dell’attrattività del nostro sistema universitario?

Mobilità in entrata: l’appeal del sistema universitario italiano

Su questo aspetto, la capacità del sistema universitario italiano di attrarre studenti provenienti dall’estero rispetto agli altri Paesi dell’OCSE è un po’ in affanno. La mobilità in entrata di studenti stranieri (secondo quanto emerge dal rapporto CRUI del 2018 L’internazionalizzazione della formazione superiore in Italia. Le università) si attesta al 4,6%, al di sotto della media dei Paesi OCSE. Ma c’è da dire che in termini assoluti il numero degli iscritti stranieri dal 2005/2006 al 2016/2017 ha mostrato incoraggianti segnali di crescita.

La leggera nota stonata, seppur non semplice da valutare, riguarda il livello di internazionalizzazione del sistema universitario italiano e l’attrattività dell’offerta didattica con la presenza di insegnamenti in lingue straniere, in particolare in lingua inglese. Dal catalogo pubblicato da Universitaly, sono attualmente disponibili sul territorio nazionale 339 corsi di laurea in lingue inglese, organizzati in 56 Università, delle quali:

  • 48 sono Università pubbliche statali 
  • 7 sono non statali private 
  • 1 è non statale telematica

Solo 33 dei corsi di laurea in lingua inglese sono triennali, i restanti sono corsi di laurea magistrale. Un piccolo passo su cui occorre insistere per ampliare le opportunità di interscambio tra studenti, sostenere delle esperienze che arricchiscono i giovani, con un’attenzione particolare allo stanziamento di risorse per fare in modo che possano sperimentare periodi di studio all’esterno anche studenti e studentesse che vivono maggiori difficoltà economiche.

 

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