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Diseguaglianze e contraddizioni nel sistema dell'istruzione in Italia

25
set
2018

Il diritto all’istruzione è ormai da tempo, in Italia, formalmente garantito dalla Costituzione, senza distinzioni di genere e di reddito. Ogni ragazzo e ragazza ha accesso ai livelli d’istruzione di base ed è agevolato nella prosecuzione degli studi, qualora sia dotato o svantaggiato, con premi e borse di varia natura. Ma siamo sicuri che nella pratica l’istruzione sia davvero così paritaria? Purtroppo, molti dati ci dicono di no.

Un recente rapporto dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), Uno sguardo sull’istruzione 2018, ha infatti evidenziato per l’Italia una più marcata correlazione, rispetto agli altri Paesi Europei, fra il livello d’istruzione dei genitori e quello dei figli. I problemi più evidenti riguardano la partecipazione all’educazione della prima infanzia e quella all’istruzione terziaria, i due estremi su cui le disuguaglianze di reddito hanno più impatto. Vediamo insieme alcuni tra i più significativi dati che emergono nel rapporto.

Le diseguaglianze nell’istruzione cominciano da piccoli

L’iscrizione agli asili nido (0-3 anni), spesso privati e dunque a pagamento, è già un elemento di discrimine fra i bambini in età prescolare provenienti da famiglie di diverse fasce di reddito. In Italia solo il 24% dei bambini frequenta gli asili nido, contro la media del 35% dei Paesi dell’area OCSE. Di questi, i bambini provenienti da un contesto socioeconomico avvantaggiato hanno probabilità più concrete di iscriversi agli asili nido rispetto ai bambini di origini sociali più sfavorite (32% contro il 16%), così come i bambini aventi madri con un livello terziario d’istruzione rispetto a quelli che non ce l’hanno (31% contro il 21%).

Questo dato, valido per il gradino più basso dell’istruzione, sembra riproposti anche durante gli altri gradi di istruzione. In Italia, infatti, nonostante l’equità e la parità sociale siano al giorno d’oggi due elementi che diamo per scontati, la mobilità intergenerazionale per livello d’istruzione ha raggiunto dei valori significativamente più bassi rispetto alla media OCSE. Secondo il rapporto OCSE nel nostro Paese sono due, purtroppo, i dati d’allarme. Si tratta di elementi strettamente connessi tra loro:

  • il primo è l’elevata quota di persone senza istruzione superiore fra gli adulti di età compresa tra i 25 e i 64 anni
  • il secondo una consistente disuguaglianza di reddito, ancora in buona parte influenzata da ceto sociale, genere e cittadinanza

La mobilità intergenerazionale per livello d’istruzione raggiunto

Un dato su tutti a suffragio di quanto detto finora: in Italia, della popolazione compresa fra i 25 e i 64 anni nata da genitori con un livello d’istruzione primaria, solo il 9% è riuscito a completare gli studi a livello terziario. Dato che fa riflettere se messo a paragone di quanto succede altrove: la media OCSE è infatti del 21%. Ma il dato più significativo è che l’81% degli adulti italiani aventi genitori senza un livello d’istruzione secondaria non è andato oltre il primo ciclo di studi, il che significa che soltanto il 19% ha raggiunto un livello d’istruzione superiore rispetto a quello della generazione precedente. La media OCSE relativa a quest’ultimo valore è molto superiore, addirittura il 63%.

In tutti paesi dell’OCSE, i ragazzi fra i 18 e i 24 anni hanno più possibilità di accedere all’istruzione terziaria se anche i loro genitori l’hanno raggiunta. Si noti la rilevanza di questo dato per l’Italia: nella stessa classe di età, solo il 18% della popolazione femminile e il 17% della popolazione maschile hanno almeno un genitore con un livello d’istruzione terziaria; mentre questa percentuale sale rispettivamente al 27% e 33% per quanti adesso, come i genitori, sono inseriti in un percorso di studi di livello terziario.

NEET, un fenomeno che colpisce i giovani

Gli effetti di queste dinamiche sociali sono evidenti nelle percentuali dei cosiddetti NEET, acronimo inglese per Not (engaged) in Education, Employment or Training, ovvero coloro che non sono occupati in percorsi di studio, di formazione o di lavoro. In Italia, nel 2017, i NEET fra i giovani nella fascia d’età 20-24 anni erano il 30%, contro una media del 16% nei Paesi dell’area OCSE. In questa fascia d’età la differenza tra uomini e donne è ancora abbastanza limitata, seppur presente (31% tra gli uomini e 29% tra le donne). Per i giovani tra i 25 e i 29 anni, invece, la questione si fa più seria: la percentuale di inoccupati sale al 34% e la disuguaglianza di genere è molto più marcata (28% tra gli uomini e 40% tra le donne, la quinta percentuale più elevata dei Paesi dell’OCSE).

Il divario di genere tra gli inattivi varia anche, sostengono i dati OCSE, in base al livello d’istruzione raggiunto. Nel 2017, all’interno della popolazione con un’istruzione terziaria, la percentuale di inattivi era pari al 17% per le donne e al 10% per gli uomini. Il divario fra uomini e donne cresce per le donne senza titolo di studio secondario superiore, mentre, nella fascia di età 25-34 anni, è molto inferiore per le giovani laureate (2% di divario) ma ancora consistente per le donne prive di laurea (33% di divario).

Disuguaglianza di reddito fra adulti autoctoni e stranieri

Ulteriore elemento di disuguaglianza del reddito è rappresentato dalla cittadinanza e dal Paese di provenienza, tema divenuto centrale nel dibattito pubblico a causa della recente ed estesa attenzione sui flussi migratori. I salari degli stranieri nel 2017 erano inferiori del 18% rispetto a quelli degli autoctoni; nel caso di adulti con diploma secondario superiore, il divario sale al 31% e arriva al 32% per coloro che hanno un’istruzione di livello terziario. Le probabilità di ottenere un impiego aumentano, per gli stranieri come per gli italiani, insieme al livello d’istruzione raggiunto.

È però interessante sottolineare anche questo dato: gli stranieri con un titolo di studio inferiore al secondo livello trovano più facilmente lavoro rispetto agli autoctoni con lo stesso livello d’istruzione (il 61% contro il 50% nel 2017), mentre, come accade in molti altri Paesi dell’OCSE, i laureati nati all’estero e arrivati in Italia dai 16 anni in poi hanno più difficoltà a trovare un’occupazione rispetto ai laureati italiani o stranieri arrivati in Italia prima dei 16 anni (68% contro l’80% nel 2017).

Purtroppo, la strada da fare per arrivare a un’effettiva parità nell’istruzione e nel lavoro in Italia è ancora molto lunga. Nonostante i vari tentativi messi in campo dalle istituzioni per ammortizzare i numerosi divari (come ad esempio il programma Garanzia Giovani, destinato all’inserimento lavorativo dei NEET), esistono ancora delle forti resistenze sotterranee, di tipo sociale e culturale, al completo raggiungimento dell’uguaglianza di genere, di ceto sociale e di cittadinanza promossa dalla Costituzione.

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