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Covid-19 e mercato del lavoro: il Rapporto Istat sull'occupazione in Italia nel 2020

11
mar
2021

Come tutti abbiamo dovuto sperimentare, il 2020 è stato un anno di grandi cambiamenti, segnato da una grave minaccia per la salute pubblica che ha comportato notevoli ricadute anche sulla nostra economia. Malgrado la vasta teoria di contromisure messe in campo per alleviare l’impatto della pandemia di Covid-19 sulle restrizioni dei livelli occupazionali del Paese, la nuova situazione ha aperto scenari inediti e portato a conseguenze in certi casi devastanti. 

Per comprendere come il mercato del lavoro in Italia stia cambiando e in che direzione, oggi vogliamo parlarvi del recente Rapporto annuale sul mercato del lavoro pubblicato dall’Istat con riferimento all’anno 2020, che rileva gli effetti del Covid-19 sulla domanda e sull’offerta di lavoro, il ruolo degli ammortizzatori sociali e gli effetti sulla qualità del lavoro.

Il Rapporto è frutto della collaborazione tra il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal, e si pone l’obiettivo di favorire la diffusione d’informazioni armonizzate, complementari e coerenti sulla struttura e sulla dinamica del mercato del lavoro in Italia.

L’impatto del Covid-19 sul mercato del lavoro nel 2020

L’emergenza sanitaria e la conseguente sospensione delle attività di interi settori produttivi hanno rappresentato anche nel nostro Paese uno shock improvviso e senza precedenti sulla produzione di beni e servizi e, di conseguenza, sul mercato del lavoro. Secondo i dati dell’Istat, nel secondo trimestre 2020 si è assistito a un crollo dell’attività economica, seguito da un recupero nel terzo trimestre e a una nuova riduzione nel quarto dovuta all’intensificarsi dei contagi.

Data la natura dei provvedimenti di sostegno alle imprese e ai lavoratori, gli effetti della crisi si sono tradotti maggiormente in una contrazione delle ore lavorate piuttosto che in una riduzione dei livelli di occupazione. Tuttavia rimane alto il numero di persone rimaste senza lavoro, soprattutto nel settore dei servizi.

In termini numerici, i primi 3 trimestri del 2020 hanno portato a un considerevole ridimensionamento della popolazione occupata (-470.000, -2%). Le difficoltà legate al periodo di lockdown hanno anche ridotto la propensione alla ricerca di lavoro e alla disponibilità a lavorare, le due condizioni necessarie per essere classificati come disoccupati, portando a una crescita importante degli inattivi (+621.000, +4,7%) e a una forte riduzione della disoccupazione (-304.000, -11,8%). Come detto, si è inoltre verificato un crollo nel numero di ore lavorate, pari a 3,9 miliardi di ore nei primi 3 trimestri del 2020, ossia il -12% rispetto al periodo corrispondente del 2019.

Durante il periodo di lockdown, nel settore privato si sono registrate circa 1 milione e 667.000 cessazioni, che hanno interessato poco più di 1 milione e 350.000 individui, perlopiù italiani tra i 25 e i 34 anni e gli occupati nel Centro-nord o nei settori dell’alloggio, della ristorazione e delle costruzioni.

Gli effetti della pandemia sulla partecipazione al mercato del lavoro ricadono in particolar modo sulle categorie più fragili (giovani, donne, stranieri): è aumentato il gap di genere sul tasso di occupazione (da 17,8 a 18,3 punti) e quello tra generazioni, con il tasso di occupazione dei giovani under 35 circa 21 punti più basso di quello degli over 50, mentre per gli stranieri il valore è inferiore a quello degli italiani.

Le categorie di lavoratori maggiormente interessate sono state quelle dei lavoratori autonomi e dei dipendenti a tempo determinato, mentre i settori più colpiti sono stati:

  • i servizi domestici (-16,7% nel secondo trimestre e -6,7% nel terzo);
  • il comparto alberghi e ristorazione (rispettivamente -16,1% e -10,8%).

Quanto alle contromisure adottate, la più sfruttata è stata naturalmente la cassa integrazione, che tra marzo e settembre ha interessato almeno una volta 6 milioni di lavoratori ed è stata adottata in media da un'impresa su due, con un picco nel periodo marzo/maggio (63,1%), relativamente attenuatosi tra giugno e novembre (41,8%).

​​​​​​​LEGGI ANCHE: I lavori più richiesti durante la pandemia

Lo smart working nel 2020

La digitalizzazione e le norme di distanziamento sociale hanno spinto le imprese a intensificare le attività lavorative svolte in regime di lavoro agile.

Nei primi tre trimestri del 2019, tra quanti ne avevano teoricamente la possibilità, avevano lavorato da remoto poco meno di 10 occupati su 100; di contro nei primi tre trimestri del 2020 si passa rispettivamente al 17,1%, 41,9% e 28,6%.

Se in parte c’è da rilevare una buona adattabilità del nostro mercato del lavoro alle nuove condizioni, segno di una trasformazione alla quale eravamo già pronti, d’altro canto bisogna sottolineare come ciò implichi un’ulteriore segmentazione del mercato del lavoro, tra chi può lavorare da casa e chi, per la natura della prestazione o per insufficienza di mezzi, è strettamente legato al luogo di lavoro.

Infine, relativamente alla sicurezza sul luogo di lavoro, può essere interessante notare che grazie al diffondersi della pratica del lavoro agile sono diminuite le denunce per infortuni sul lavoro (-15,8% rispetto allo stesso periodo del 2019), sebbene siano aumentate del 18,6% le denunce di infortuni mortali, di cui un terzo solo per Covid-19.

Scarica qui il Rapporto sul mercato del lavoro 2020

 

Ettore Bellavia

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