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Che cos'è lo smart working? Le regole per lavorare da casa

15
mar
2018

Lavoro da casa: un desiderio di molti

Un desiderio di molti, non necessariamente delle persone più pigre, è lavorare da casa. Desiderio condivisibile, perché poter andare in ufficio varcando soltanto la porta del salone è un obiettivo cui aspirare per diversi motivi. Innanzitutto per ridurre al minimo il tempo degli spostamenti da casa al luogo di lavoro e guadagnare di conseguenza del tempo da dedicare al riposo o preferibilmente allo svago (e questa è una ragione personale, soggettiva), ma anche per ridurre l’impatto sull’ambiente dei nostri spostamenti, soprattutto quando per andare in ufficio ci muoviamo con l’auto intasando le strade delle nostre città (e questa è una ragione ambientale, di certo più nobile della precedente). Il lavoro da casa, va da sé, rappresenta inoltre anche una concreta soluzione per persone con difficoltà di mobilità (e, anche in questo caso, ci troviamo di fronte a una nobile ragione per promuoverlo).

Smart working o lavoro agile, una nuova modalità di lavoro da casa

Ma il lavoro da casa ha delle diverse coniugazioni. Quella più recente è senza dubbio il cosiddetto smart working, o lavoro agile, non assimilabile alla “classica” occupazione dei liberi professionisti che lavorano da casa secondo i propri tempi e le proprie esigenze.

Lo smart working è invece un nuovo modo di concepire l’occupazione subordinata (da ritenersi non soltanto come un’evoluzione del vecchio telelavoro) che rappresenta una tendenza in grande espansione ormai da un po’ di tempo a questa parte anche nel mondo aziendale italiano.

Con esso, il rapporto tra le aziende e i lavoratori non si configura più esclusivamente come nel passato: l’evoluzione degli strumenti informatici e telematici ha infatti reso possibile in maniera sempre più immediata l’abbattimento delle distanze, con le relative conseguenze anche sul mondo del lavoro, cosicché l’ufficio, spesso, si trova per molti lavoratori tra le mura domestiche.

Smart working: il quadro legislativo

Di questa tendenza se n’è accorto (secondo alcuni con un po’ di ritardo) anche il legislatore, che a metà 2017 ha definito un quadro normativo entro il quale inserirlo. Un quadro resosi necessario anche per evitare l’indiscriminato sfruttamento da parte datoriale di questa modalità di prestazione lavorativa.

In Italia, infatti, lo smart working è stato trattato per la prima volta dal punto di vista legislativo con la legge n. 81 del 2017, intitolata Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l'articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato.

In generale, secondo la legge, lavoratore e datore devono sottoscrivere un rapporto in cui siano chiariti gli aspetti organizzativi e gestionali. La legge, poi, oltre a stabilire la parità di trattamento e retribuzione tra gli smart worker e i loro colleghi che lavorano in ufficio, sancisce anche che chi lavora da remoto debba sottostare allo stesso regime orario e di sicurezza (con le relative tutele in caso infortuni e malattie) dei colleghi che lavorano in maniera tradizionale tra le mura delle sedi aziendali. Uguale deve essere inoltre il trattamento in materia di ferie, maternità e permessi.

La legge sancisce inoltre quali devono essere le modalità di definizione dell’accordo tra datore e lavoratore, che deve essere volontario e modulato in base ad alcuni criteri minimi. Secondo la legge, inoltre, la strumentazione con la quale il lavoratore presta la sua opera al datore, deve essere da questi fornita.

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