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Le imprese italiane tornano ad assumere, e a tempo indeterminato

21
feb
2020

Nell’ultimo Censimento permanente delle imprese italiane, l’Istat ha fornito un quadro d’insieme sulla vitalità e la condizione di crescita delle imprese del nostro territorio. Scopriamo nel dettaglio la fisionomia delle aziende, i dati occupazionali, il grado di raggiungimento degli obiettivi, il tasso di investimento nelle tecnologie digitali e la quota di investimento nella formazione.

Il Censimento permanente delle imprese: i dettagli dello studio

Il campione oggetto dell’analisi si riferisce a circa 280 mila imprese con 3 e più addetti, cioè il 24,0% delle imprese italiane, che producono però l’84,4% del valore aggiunto nazionale e impiegano il 91,3% dei dipendenti; il campionamento è stato effettuato tra maggio e ottobre del 2019, con riferimento a dati acquisiti dalle imprese nel corso del 2018.

Il campione è così costituito:

  • 79,5% delle imprese (821 mila) sono microimprese, cioè hanno tra i 3 e i 9 dipendenti;
  • 18,2% (187 mila) sono imprese di piccole dimensioni (10-49 dipendenti);
  • 2,3% è rappresentato dalle medie (50-249 addetti) e dalle grandi imprese (con più di 250 dipendenti), per un totale di 24 mila unità.

Più della metà delle imprese è attiva al Nord (il 29,2% nel Nord-ovest e il 23,4% nel Nord-est), il 21,4% al Centro e il 26,0% nel Mezzogiorno.

Dall’analisi risulta che nel 2018 sono state chiuse 13 mila imprese (-1,3%), ma dall’altra parte sono cresciuti gli impiegati: + 1,3%, cioè circa 160 mila unità in più.

La crescita esponenziale del settore terziario

Un fenomeno a cui si è assistito nel corso del 2018 è stata una progressiva terziarizzazione delle imprese esistenti: se nel 2011 le imprese di 3 e più addetti che appartenevano ai servizi erano il 65,6% del totale, nel 2018 raggiungono il 70,3%, arrivando a impiegare il 64,0% degli addetti. Questo significa che nel corso di circa 20 anni (dal 2001 al 2018) sono nate 158 mila imprese legate ai servizi ed è stato dato lavoro a più di 2 milioni di persone in questo settore. Dall’altra parte l’industria in senso stretto tocca quota 18,9% nel 2018, perdendo alcuni punti percentuali rispetto al valore registrato nel 2017 (20,7%, già in calo rispetto all’anno precedente).

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Entrando nel dettaglio delle tipologie di servizi offerte dalle aziende del terzo settore, troviamo in forte crescita:

  • le imprese legate ad attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento (+41,3% nel numero di imprese e +16,7% di dipendenti);
  • le aziende che offrono alloggio e ristorazione (+23,3% di unità e +28,6% di dipendenti);
  • le attività immobiliari (+18,2% di unità e +17,7% di dipendenti);
  • le aziende legate all’istruzione (+10,4% di unità e +10% di dipendenti).

L’identikit dell’azienda tipo in Italia

L’Italia si caratterizza per la presenza di imprese controllate o da una singola persona o da una famiglia: nel 2018 queste rappresentano il 75,2% delle unità produttive italiane con almeno 3 addetti (ovvero più di 770 mila, un ammontare simile a quello osservato all’inizio del decennio) e il 63,7% di quelle con 10 o più addetti (più di 135 mila imprese). Quanto più grande diventa l’azienda, tanto più diminuisce il controllo individuale e familiare, che tuttavia permane anche nei segmenti dimensionali più elevati: si passa infatti dal 65,6% delle piccole imprese, al 51,0% delle medie per arrivare al 37,0% delle grandi.

Tale tipologia di gestione non conosce differenze sostanziali in quanto a distribuzione sul territorio o a tipologia produttiva, sebbene risulti una realtà più presente nei settori:

  • tessile;
  • abbigliamento;
  • alimentare;
  • commerciali;
  • alloggio e ristorazione.

Alla domanda relativa agli obiettivi dell’azienda, tra il 2016 e il 2018 la quasi totalità delle imprese con almeno 10 addetti (90,4%) ha indicato tra i principali obiettivi strategici la difesa della propria posizione competitiva. Il dato positivo è che la maggioranza delle imprese ha dichiarato di aver ampiamente raggiunto gli obiettivi prefissati per il triennio considerato; quelle a soffrire di più sono le piccole imprese, che hanno riscontrato delle difficoltà nell’ampliamento del proprio raggio d’azione nei Paesi esteri (solo il 24% di queste aziende dichiara di aver perseguito l’obiettivo).

Un aspetto che identifica le aziende italiane è inoltre la spinta al cambiamento e l’avvio di processi di miglioramento della condizione aziendale. Nello specifico i settori più interessati al cambiamento sono stati gli ambiti:

  • informatici (56,4%);
  • finanziari (51,5%);
  • sanità e di assistenza sociale (51,4%);
  • istruzione (48,2%);
  • professionali (46,6%).

Nella manifattura, invece, il cambiamento ha riguardato solo il 42,9% delle imprese. Dal punto di vista territoriale, le imprese con in atto un processo di sviluppo sono per il 37,3% nel Nord-est e il 36,0% nel Nord-ovest; incidenze inferiori si rilevano nel Centro e nel Mezzogiorno (in entrambi i casi al 32,5%).

I dati occupazionali delle imprese italiane

Nel triennio 2016-2018, caratterizzato da una decisa ripresa dell’occupazione, l’acquisizione di nuovi dipendenti ha coinvolto il 52,2% delle micro e il 77,3% delle piccole imprese, per passare a dati vicino al 100% pressoché per tutte le aziende nelle classi dimensionali superiori. Il 70,1% delle assunzioni sono state a tempo indeterminato (65,6% di microimprese e 96,2% delle grandi). A livello settoriale emergono quote particolarmente elevate di assunzioni a tempo indeterminato nei settori

  • assicurativo (97%);
  • farmaceutico (95,4%).

È interessante notare che nel Mezzogiorno l’utilizzo dei contratti a tempo indeterminato per i nuovi assunti (72,3%) è stato superiore a quello delle altre ripartizioni geografiche: Nord-ovest 71,2%, Centro 69,4%, Nord-est 67,0%.

Il tempo determinato è stato usato dal 53,8% delle imprese, il 20% si è servito di collaborazioni mentre solo il 9,1% ha usato la forma del lavoro in somministrazione.

Tra le ragioni che le imprese hanno indicato come ostacoli all’assunzione di nuove risorse, più del 50% accusa il costo del lavoro troppo elevato e 1 impresa su 3 l’impossibilità di sapere con certezza se sarà o meno in grado di sostenere i costi di futuri dipendenti a causa di un mercato troppo oscillante.

La crescita delle aziende in formazione, digitalizzazione e sostenibilità ambientale

Nel 2018 l’attività di formazione aziendale non obbligatoria ha coinvolto poco più di 230 mila imprese su un totale di oltre un milione (solo il 22,4%). La propensione alla formazione cresce molto all’aumentare della dimensione aziendale: coinvolge solo il 18,4% delle microimprese (3-9 addetti) mentre supera l’80% nelle grandi (oltre i 250 addetti).

Parlando invece di innovazione tecnologica, nel periodo 2016-2018 oltre tre quarti (il 77,5%) delle imprese con almeno 10 addetti ha investito in almeno una delle tecnologie individuate come fattori chiave di digitalizzazione. In genere, sono le imprese già impegnate in aree digital o dell’analisi dei Big Data a estendere le loro relative capacità. Hanno effettuato investimenti digitali:

  • il 73,2% delle imprese con 10-19 dipendenti;
  • il 97,1% delle imprese con 500 e più dipendenti.

Infine, dal Censimento permanente emerge che nel 2018 il 66,6% delle aziende con almeno 3 dipendenti ha svolto azioni per ridurre l’impatto ambientale della propria produzione, con un’attenzione maggiore riservata all’argomento da parte delle aziende in ambito manifatturiero e delle costruzioni.

Scarica il report completo

 

Federica Privitera

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