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Blue Economy: le prospettive occupazionali

La Blue Economy, in italiano “Economia blu”, rappresenta oggi, secondo l’ultimo rapporto Unioncamere sull’Economia del mare, un comparto in cui sono attive 185mila imprese, pari a circa il 3% di tutte le aziende italiane. Una mole notevole di imprese e di lavoratori è quindi coinvolta in questo comparto, rappresentando una buona fetta dell’economia nazionale. Ma che cos’è la Blue Economy? Quali settori comprende? Oggi WeCanJob cercherà di rispondere a queste domande.

Come nasce la Blue Economy? Come si sviluppa?

Il concetto di Blue Economy viene introdotto per la prima volta da Gunter Pauli, economista e imprenditore belga, che ha ideato un sistema di business che vuole superare la cosiddetta Green Economy, un’economia basata sulle basse emissioni di carbonio, per pensare un mondo a zero emissioni, quindi al 100% sostenibile. Nel tempo, il concetto di Blue Economy si è poi evoluto, andando a identificare nella maggior parte dei casi la strategia a lungo termine per sostenere una crescita sostenibile nei settori marino e marittimo.

Lo sviluppo sostenibile è entrato nell’agenda europea fin dalla Strategia di Lisbona del 2000, anche se purtroppo con scarsi risultati. Questa Strategia, infatti, aveva obiettivi di alto livello nel campo della crescita economica sostenibile. Purtroppo già nei primi anni Duemila ci si rese conto che certi obiettivi non erano raggiungibili nel breve periodo, e nel 2010 si decise di rilanciarli per il decennio successivo con la Strategia Europa 2020. Questa Strategia toccava molti ambiti, ma per quanto riguarda lo sviluppo sostenibile puntava a ottenere entro il 2020:

  • la riduzione delle emissioni di gas serra del 20% rispetto al 1990
  • ricavare il 20% del fabbisogno di energia da fonti rinnovabili
  • aumentare del 20% l'efficienza energetica

A oggi la Strategia è ovviamente ancora in corso ma dei 5 macro obiettivi della Strategia (accanto allo sviluppo sostenibile di cui vi stiamo raccontando ci sono anche occupazione, investimenti , istruzione e povertà) l’Italia ha già centrato con 3 anni di anticipo gli obiettivi nazionali proprio sullo sviluppo sostenibile e le politiche energetiche, oltre che sull’istruzione. Questo è stato possibile anche grazie a delle Programmazioni di Fondi strutturali che, accanto a un serio contributo sul tema dell’occupazione, di cui vi abbiamo parlato qualche tempo fa, sono state fortemente orientate verso la riduzione di emissioni di carbonio, ad esempio di edifici pubblici e privati, e verso il sostegno alle nuove professioni legate alla Green e alla Blue Economy. Se guardata da una prospettiva europea, infatti, parliamo di una platea occupazionale potenziale di più di 5 milioni di posti di lavoro e un di valore aggiunto lordo di quasi 500 miliardi di euro ogni anno. L’Italia, dal canto suo, si trova in una situazione in un certo senso privilegiata, perché al centro del Mediterraneo ed è toccata da ben 3 mari diversi. Da questo punto di vista molto può essere fatto, e il nostro Paese può proporsi come leader in un’Europa sempre più orientata verso la sensibilità sui temi ambientali e del cambiamento climatico, oltre che verso la crescita e lo sviluppo sostenibile.

L’Europa e la Blue Economy

Un approfondimento su questi argomenti è stato fatto dalla Commissione Europea con un focus specifico sui settori professionali legati alla Blue Economy:

  • Energia blu
  • Acquacoltura
  • Turismo marittimo, costiero e di crociera
  • Biotecnologia blu

Nel campo dell’Energia blu sono notevoli le prospettive di crescita occupazionale. Per fare un esempio, l’eolico offshore, vale a dire gli impianti eolici in mare aperto, potrebbe assorbire il 4% della domanda di elettricità nell’UE entro il 2020 e il 14% entro il 2030. Ciò corrisponderebbe a circa 170mila nuovi posti di lavoro entro il 2020, e circa 300mila entro il 2030.

Sul fronte dell’Acquacoltura, invece, le prospettive sono meno rosee, ma non mancherebbero certo le opportunità. Se nel resto del mondo l’acquacoltura è infatti il settore che cresce più rapidamente nel campo della produzione di alimenti di origine animale (in Asia, ad esempio supera il 5% annuo), in Europa non si riesce a fare un vero salto di qualità. Per questo motivo diverse sono le iniziative messe in piedi, come per esempio il FEAMP, il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca.

Per quanto riguarda il Turismo, questa è oggi la principale attività economica europea legata al mare, con quasi 2,5 milioni di occupati, pari a poco più dell’1% del totale europeo di occupati. In tale settore, si è da anni in costante crescita occupazionale. Parallelamente, per anche il settore della Nautica e della Crocieristica è prevista una crescita del 2-3% all’anno. Un risultato notevole se si pensa che in Europa il comparto occupa circa 150.000 persone e genera un fatturato diretto pari a più di 14 miliardi di euro.

La Biotecnologia blu è un ambito ancora in gran parte inesplorato, e la ricerca in questo campo porterebbe a grandi risultati se fosse adeguatamente finanziato: dal settore farmaceutico alle nuove tecnologie ai biocarburanti. Logicamente bisogna evitare una nuova “corsa all’oro blu” e ridurre al minimo l’impatto sul suolo marino.

Le prospettive del lavoro con la Blue Economy

Le prospettive occupazionali della Blue Economy, anche se a oggi sono piuttosto basse, possono crescere in maniera consistente, soprattutto se si tiene conto di tutte le ricadute positive che si possono avere nei vari settori professionali come la salute, la cosmesi e il mondo dei biomateriali industriali. L’acqua, che è fonte di vita, può essere anche fonte di lavoro se riusciamo a "sfruttarla" ma anche a rispettarla, per evitare di ritrovarci fra qualche tempo a fare i conti con danni che potrebbero non essere più riparabili.

 

La redazione di WeCanBlog

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