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I beni confiscati alle mafie: un'opportunità di sviluppo e di lavoro nel sociale

15
lug
2017

Da più di trent'anni la lotta alle mafie in Italia si è concentrata sulla cosiddetta "prevenzione patrimoniale", ovvero sul sequestro, la confisca e il riutilizzo dei beni e delle aziende sottratti alle organizzazioni criminali. In questi anni abbiamo dunque accumulato un immenso patrimonio che può essere riutilizzato da istituzioni, cittadini, associazioni, cooperative, ONG e imprese.

Si tratta di un settore da tenere in considerazione anche come opportunità di lavoro in diversi settori: dal sociale all'agricoltura sostenibile, dall'artigianato al turismo responsabile. Di seguito vogliamo parlare di questi aspetti provando a rispondere a tre domande: come funziona il riutilizzo dei beni confiscati alle mafie? Quanti sono i beni confiscati in Italia? Quali sono le opportunità di impresa e di lavoro nei progetti di riutilizzo dei beni?

Il riutilizzo ai fini sociali dei beni confiscati alle mafie

A partire dagli anni ottanta, con la legge 646 del 1982, il contrasto alle mafie si è concentrato sulla loro componente economico-finanziaria. Semplificando: se le mafie vengono considerate organizzazioni finalizzate al profitto, oltre ad arrestare i loro membri e affiliati, dobbiamo sottrarre loro le ricchezze accumulate illecitamente e restituirle alla collettività.

Da quando è stata introdotta la legge del 1982 togliamo alle mafie i beni mobili e gli immobili, i crediti, le azioni e le aziende. Ma la vera svolta si ha circa 15 anni dopo, con la legge 109 del 1996 che spinge al riutilizzo ai fini sociali del patrimonio confiscato.

Facciamo degli esempi a seconda del tipo di beni sottratti:

  • le aziende (pensiamo a quelle tipiche come ristoranti, discoteche, aziende agricole o di costruzioni) vengono affidate allo Stato che può affittarle, venderle o liquidarle per ripagare i creditori
  • i beni mobili (il denaro, i titoli azionari ecc.) vengono trasformati in contante e riversati nelle casse dello Stato
  • i beni immobili (abitazioni, strutture, terreni ecc.) possono essere mantenuti o dallo Stato per finalità di giustizia e protezione civile (ad esempio sedi di scuole, caserme o Comuni) o dati in gestione ai privati

Rispetto a quest'ultimo punto, si è aperta la possibilità per associazioni, istituzioni ed enti locali, ma anche fondazioni, imprese e singoli cittadini, di ottenere la gestione degli immobili sottratti alle mafie, moltiplicando le opportunità di valorizzazione. Progettazione condivisa, volontariato, imprese sociali e agricole, programmi di fundraising e crowdfunding. Sono tutti elementi che hanno contribuito alla costruzione e alla diffusione di esperienze di recupero e valorizzazione dei beni confiscati.

Quanti sono i beni confiscati in Italia?

Per capire quanti sono i beni e le aziende confiscati in Italia si possono consultare due database online. Il primo si chiama Open Re.G.I.O. ed è curato dalla Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati. Il secondo è Confiscati Bene, esito di un progetto promosso da onData per favorire la trasparenza, il riuso e la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie, attraverso la raccolta, l’analisi dei dati e il monitoraggio dei beni stessi. Visitare questi siti è importante perché vi permette di individuare quanti sono e quali sono gli immobili e le aziende confiscati nei Comuni in cui vivete, ottenendo diversi dettagli come la tipologia del bene o il settore di attività delle aziende, gli indirizzi di dove si trovano e gli enti cui sono stati destinati. Generalmente gli immobili vengono infatti assegnati ai Comuni che predispongono regolamenti e pubblicano bandi per affidarli ai privati. Possono tuttavia esserci anche regolamenti regionali o di altri enti territoriali.

Nel complesso, in Italia ci sono più di 10.000 immobili confiscati già destinati ai Comuni (10.080 per la precisione). Le tipologie prevalenti sono, in ordine alfabetico:

  • Abitazioni indipendenti (479)
  • Appartamenti in condominio (3.191)
  • Box, garage, autorimesse (1.143)
  • Terreni agricoli (2.110)
  • Terreni con fabbricati rurali (334)
  • Terreni edificabili (224)
  • Ville (390)

Vi sono poi, con numeri minori, anche alberghi, fabbricati industriali, negozi, magazzini, opifici e uffici vari.  Gli immobili si trovano prevalentemente in Sicilia (4.168), Campania (1.502), Calabria (1.442), Puglia (1.108), Lombardia (793) e Lazio (425). Le aziende confiscate sono invece 3.585, prevalentemente nei settori del commercio, delle costruzioni e del turismo (alberghi e ristorazione).

Questa ampia compagine di beni confiscati è stata in parte finalizzata al riutilizzo sociale dopo l'affidamento a enti pubblici e a privati. Per valutare queste esperienze guardiamo i risultati della ricerca BeneItalia. Economia, welfare, cultura, etica: la generazione di valori nell'uso sociale dei beni confiscati alle mafie, condotta da Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie.

Il riutilizzo dei beni confiscati come opportunità di impresa e di lavoro

Il rapporto BeneItalia ha censito le esperienze del riutilizzo sociale dei beni, valutando la capacità di generare valori in termini di ore di volontariato, occupazione creata, servizi resi alla comunità, attività educative e di formazione. La ricerca ha ricostruito quindi un database di 524 soggetti diversi (associazioni e cooperative sociali) impegnati nella gestione di esperienze nate in beni immobili confiscati alla criminalità organizzata, di varia natura e tipologia. Il dato si riferisce a 16 regioni su 20.

Il maggior numero di realtà sociali impegnate in progetti di riutilizzo è costituito da associazioni (284) e cooperative sociali (131). Questi enti gestiscono prevalentemente appartamenti (167) e ville (115). La regione con il maggior numero di realtà sociali che gestiscono beni confiscati alle mafie  è la Lombardia (124 soggetti gestori), seguita da Sicilia (116), Campania (78) e Calabria (77).

Rispetto al tema che qui ci interessa da vicino, ovvero il lavoro generato dal riutilizzo dei beni confiscati, BeneItalia mostra che nelle esperienze cui si è fatto l'approfondimento (70 su 524) i numeri sono eloquenti:

  • 403 dipendenti
  • 1.421 volontari
  • 25.368 beneficiari

Le attività principali riguardano:

  • il volontariato e il terzo settore (51)
  • l'educazione alla cittadinanza (41)
  • la promozione culturale (38)
  • contrasto al disagio sociale (30)

Queste esperienze si traducono in servizi e strumenti di accompagnamento e sostegno alle persone svantaggiate che finisce con il generare anche un patrimonio altrettanto significativo di economia e di ricchezza. Un sistema di welfare capace di farsi carico delle esigenze del territorio, spesso purtroppo trovandosi costretto a supplire alle carenze di un sistema statale che non riesce a programmare ed attuare politiche sociali adeguate.

Per comprenderne la portata approfondiamo di seguito il settore delle cooperative sociali che riutilizzano i beni confiscati nell’agricoltura sostenibile, favorendo percorsi di economia locale virtuosa. Questi organismi sono agevolati nell'assegnazione dei beni, concessi loro perché ritenuti potenzialmente in grado di fungere da deterrente alla diffusione di comportamenti illegali, rendendo più efficace il contrasto. Un recente studio sul tema intitolato Ruolo della cooperazione nel recupero delle terre confiscate stima in 448 le organizzazioni non-profit operanti nel riutilizzo sociale dei beni, per il 69% attivo al centro sud. Di queste, 123 sono cooperative sociali, spesso costituite proprio per richiedere l'assegnazione del bene: circostanza che genera nuova occupazione e creazione di valore. Nello studio appena richiamato si parla di 4.176 occupati nel 2011, saliti a 4.211 nel 2013, per il 60% attivi al centro sud. In tempi di crisi, la cooperazione impegnata sui beni riesce dunque a mantenere una vitalità più accentuata rispetto al sistema delle imprese meridionali, incrementando – seppur di poco – l'occupazione (+0,8%) e il valore della produzione passato dai 118 milioni del 2011 ai circa 130 milioni di euro (+9.8%), prevalentemente nel settore dei servizi (al nord) e nell’agroalimentare (al centro sud).

 

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