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Apprendistato e Ricerca e Dottorato Industriale in Italia: un quadro dalle tinte perlopiù fosche

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L’Osservatorio Università Imprese della Fondazione Crui ha presentato di recente l’edizione 2017 del rapporto che annualmente fa il punto sulle forme di collaborazione attivate tra il mondo accademico e la realtà imprenditoriale. Al centro del dibattito un tema su cui oramai si discute da tempo: come favorire o agevolare sinergie virtuose tra il mondo della ricerca e il mondo del lavoro? Un quesito o un “groviglio” - verrebbe da dire - non semplice da sciogliere e su cui diversi gruppi di lavoro interni all’Osservatorio Università Imprese sono impegnati per approfondire l’impatto dei vari dispositivi adottati al fine di sostenere forme di integrazione tra “ricerca” e “lavoro”. Su tutti, Apprendistato Alta Formazione e Ricerca, e Dottorato Industriale. Quali sono le indicazioni in proposito?

Non occorre ribadire le difficoltà, già note agli addetti ai lavori, che potrebbero incontrare tutti i dottori di ricerca che nutrono l’aspirazione di intraprendere la carriera universitaria. Guardare al mercato del lavoro, scoprire opportunità e strade alternative per sondare nuovi percorsi di inserimento professionale e valorizzare le competenze apprese durante il PhD rappresentano sicuramente strategie che intercettano le finalità dell’Apprendistato Alta Formazione e Ricerca e del Dottorato Industriale. Parliamo, in buona sostanza, di misure che cercano di avvicinare l’attività di ricerca alle esigenze del tessuto produttivo e incrementare la propensione delle imprese alla ricerca e all’innovazione. Con delle differenze, che adesso vedremo, e con una serie di implicazioni che stanno limitando l’utilizzo di queste misure.

Ma procediamo con ordine.

Apprendistato di Alta Formazione e Ricerca  

Già nella precedente indagine dell’Osservatorio Università e Imprese è stato messo in evidenza l’uso molto contenuto da parte delle Università italiane del contratto di Apprendistato per sostenere l’inserimento dei giovani laureati nel mondo del lavoro o quantomeno favorirne l’occupabilità. E ciò a testimonianza di una distanza ancora molto ampia rispetto al modello di formazione c.d. duale sperimentato (e ormai consolidato) in altri Paesi dell’Unione europea. Rispetto alla rilevazione relativa al 2016, gli aspetti messi in evidenza dall’Osservatorio sono i seguenti:

  • la bassa la diffusione dei contratti di apprendistato di alta formazione e ricerca banditi e attivati nelle Università
  • i contratti attivati sono stati stipulati prevalentemente nelle Regioni che hanno previsto contributi, finanziamenti e/o incentivi per la loro attivazione
  • i contratti sono stati attivati principalmente per il conseguimento di Master di 1° livello
  • il numero di contratti stipulati per il conseguimento della laurea (triennale, magistrale o a ciclo unico) è molto basso o nullo
  • gli apprendisti sono assunti essenzialmente per coprire profili professionali altamente qualificati: le aree disciplinari prevalentemente interessate dai contratti di apprendistato attivati sono quelle delle scienze economiche e statistiche, delle scienze matematiche e informatiche e quella dell’ingegneria industriale e dell’informazione

Un quadro che testimonia ancora ritardi nel dare spazio alle potenzialità di uno strumento su cui regna - si legge nel rapporto - molta disinformazione: sia sulla figura contrattuale in sé sia in merito ai canali di finanziamento, alle procedure di attivazione dei contratti, alle procedure di definizione del piano formativo e alle modalità di riconoscimento delle competenze acquisite.

Aspetti che pesano sul piano strettamente operativo e che emergono con forza anche nelle considerazioni contenute nell’ultima edizione del rapporto. Aspetti che lasciano trasparire ancora molti dubbi sull’utilizzo dell’apprendistato di alta formazione e ricerca. Gli Atenei confermano le difficoltà di carattere burocratico, amministrativo e gestionale nell’utilizzo del contratto. Non sempre si ha la possibilità di rapportarsi con stakeholder esterni già informati sulle opportunità. Difficoltà emergono inoltre sul “come” utilizzare tale figura contrattuale.

Sono gli stessi docenti a segnalare poi gli impedimenti (di natura soprattutto culturale) nel far comprendere che la formazione in aula possa essere in parte sostituita da una specifica attività lavorativa. D’altro canto, anche sul fronte studentesco le criticità non mancano. Gli studenti non solo denotano una scarsa conoscenza del contratto di apprendistato ma, una volta informati, spesso sottovalutano l’utilità e le prospettive di inserimento e crescita professionale che tale contratto offrire.

Il Dottorato industriale

Un quadro non molto diverso, con tinte in chiaro scuro, è quello che traccia la stato dell’arte sulla diffusione del Dottorato Industriale. Riconoscibile come Dottorato Innovativo, e quindi elegibile per una serie di finanziamenti specifici (come nel caso dei PON), il Dottorato Industriale - pur in un tessuto industriale caratterizzato da micro e piccole imprese a conduzione familiare - potrebbe “decollare” grazie alla presenza di un cospicuo numero di imprese, di varia dimensione, potenzialmente coinvolgibili nella progettazione di questi percorsi di dottorato.

Tutto ciò sul piano teorico. Nella pratica, la diffusione di questo istituto tra le Università aderenti alla Fondazione CRUI è alquanto contenuta. I dati relativi al XXXI Ciclo (fonte MIUR) indicano che:

  • i Corsi di Dottorato in convenzione con le Imprese sono 35 sui 915 Corsi attivati
  • i Corsi di Dottorato in cui è attivo almeno un curriculum in collaborazione con Imprese sono 68 (per un totale di 139 curricula su 1.370 censiti)
  • i posti riservati a dipendenti delle aziende sono 62, cui si affiancano 21 contratti di apprendistato per la frequenza di un Corso di Dottorato

Un dato che per certi versi sorprende se si considera che il 71% degli Atenei, interpellati nel corso di un’indagine ad hoc (2016) per comprendere le ragioni della limitata diffusione del Dottorato Industriale, dichiarava di avere collaborazioni attive con le Imprese. Un dato che, tuttavia, conferma l’oggettiva difficoltà incontrata dagli Atenei nell’avviare percorsi di Dottorato Industriale, in particolare per tre ordini di motivi:

  • difficoltà di attivazione, accreditamento, valutazione del dottorato
  • investimento economico gravoso per le imprese
  • differenze di obiettivi tra imprese e università

Si registra comunque un lieve aumento nei dati relativi XXXII ciclo di dottorato: i Corsi di Dottorato in Convenzione con le Imprese passano infatti dai 35 del XXXI ciclo a 41. Sono erogati da 15 Università̀ e rappresentano tutte le aree CUN con l’esclusione delle Scienze della Terra e delle Scienze Politiche e Sociali.

Le collaborazioni con il tessuto di imprese si amplia in maniera considerevole guardando ai Corsi di Dottorato nei quali è attivo almeno un curriculum in collaborazione con le Imprese: 78 a fronte dei 68 censiti per il XXXI. In molti casi si tratta di Corsi di Dottorato che prevedono curricula in collaborazione, oltre che con le Imprese, anche con altre Università estere e/o altri enti di ricerca italiani o stranieri.

Infine i posti riservati a dipendenti delle aziende: sono 56, cui si affiancano 20 contratti di apprendistato per la frequenza di un Corso di Dottorato.

Piccoli passi avanti, almeno nei numeri, ma ciò che appare chiaro è la necessità di spingere oltre i confini accademici il valore del Dottorato e delle conoscenze acquisite nel campo della ricerca, costruire con le aziende percorsi che consentano ai giovani di integrare con conoscenze e competenze on the job il proprio percorso di studi, di agevolare la transizione verso il mercato del lavoro, portando “innovazione” e “sperimentazione” all’interno di realtà aziendali che sono chiamate a fare proprio dell’innovazione e della sperimentazione delle leve importanti per accrescere la propria competitività sul mercato.

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