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Alternanza scuola-lavoro: la parola a Giordano Cecchetti

30
nov
2017

L’alternanza scuola-lavoro, introdotta con la legge 107 del 2015, la cosiddetta “Buona Scuola”, rappresenta un tema di acceso dibattito le cui voci, spesso discordanti, possono essere collocate tra due estremi. Semplificando: da una parte, coloro che la accolgono con favore, sostenendo che rappresenta un’innovazione didattica necessaria e fertile per favorire il collegamento tra scuola e mondo del lavoro; dall’altra, coloro che la criticano, sostenendo che in essa si cela un nuovo dispositivo di sfruttamento del lavoro.

Al fine di promuovere un dibattito pacato e costruttivo sull’alternanza scuola-lavoro, WeCanJob sta ospitando sulle pagine del suo blog una serie di voci diversamente orientate nella discussione pubblica sul tema, voci appartenenti al mondo delle istituzioni e della scuola il cui apporto, questo è l’auspicio, possa dar luogo a un fertile confronto tra gli attori a diverso titolo coinvolti. A questo scopo abbiamo pensato di sottoporre ai nostri “testimoni privilegiati” una serie di domande secche e dirette, ricalcando in maniera naïf la metodologia dell’analisi SWOT, uno strumento utilizzato per definire i punti di forza e i punti di debolezza (fattori interni), le opportunità e le minacce (fattori esterni) di un determinato progetto in ambito aziendale.

Tra i testimoni di cui abbiamo chiesto il parere c’è anche il professor Giordano Cecchetti, referente per l’alternanza scuola-lavoro presso l’Istituto Tecnico Industriale Statale “Michael Faraday” di Ostia, Roma. Ecco cosa ci ha detto.

WeCanJob: Buongiorno Giordano, nel dibattito sull’alternanza scuola-lavoro c’è attualmente una polarizzazione di posizioni che sembrano sempre più distanti tra loro: i favorevoli e i contrari. Potrebbe raccontarci quali sono, secondo lei, i punti di forza dell’alternanza scuola-lavoro (da un punto di vista interno al sistema scolastico) per come è attualmente utilizzata nelle scuole italiane?

Giordano Cecchetti: Dovendo rispondere in maniera oggettiva, lo farò considerando la sola realtà che vivo, ovvero quella della mia scuola. Lascio ad altri organi competenti la valutazione sul territorio nazionale. Con questo nuovo anno scolastico, saranno oramai sette gli anni che dedico all’alternanza scuola-lavoro nella mia scuola come figura di riferimento. Forse proprio perché siamo una scuola tecnica con quattro indirizzi (Elettrotecnica ed Elettronica, Trasporti e Logistica con Articolazione in Manutenzione del Mezzo Aereo, Meccanica e Meccatronica, Informatica e Telecomunicazioni) particolarmente richiesti dal nostro territorio, costituito da piccolissime e piccole aziende, quest’attività è sempre andata molto bene e in crescendo. Credo che l’alternanza sia l’Attività che caratterizza la scuola tecnica e che fortifica ulteriormente il nostro PTOF sul territorio. Da noi l’alternanza funziona per diversi motivi: 1) c’è un grande lavoro di squadra dei docenti, nella duplice veste di tutor interni (con la loro iniziativa, la loro tenacia davanti alle difficoltà e alle incombenze burocratiche), e di docenti impegnati nei consigli di classe per adattare e modulare la didattica ai periodi di stage; 2) attorno alla nostra scuola ci sono molti ambiti lavorativi cui indirizzare i ragazzi; 3) sempre più spesso le aziende che hanno ospitato i ragazzi in alternanza passano poi ad assumerli; 4) i ragazzi si sentono motivati nel mondo della scuola, creando quel “collegamento magico” che diversamente vedrebbero solo a studio ultimato; 5) gli studenti sono messi alla prova per quello che fanno a prescindere dalle loro caratteristiche: tanto studiosi, poco studiosi, molto vivaci, BES, DSA… nel mondo del lavoro tutto questo non si vede, e quindi si è “inclusi” per quello che si dimostra con i fatti reali.

WCJ: E i punti di debolezza: quali sono e come si configurano a suo parere?

GC: Sono diversi. Se l’alternanza è diventata attività curriculare e obbligatoria, così come chiaramente espresso dalla 107/2015, credo che allora si debba avere certezza e ufficialità di una struttura atta e preposta a quanto viene richiesto: ovvero la sicurezza matematica che i ragazzi svolgano almeno 400 ore di alternanza a fine triennio. Per struttura, intendo persone che, a tempo pieno, possano e debbano occuparsene. Con l’alternanza infatti si è creata un’altra dimensione lavorativa, all’interno della scuola. Lavoro che richiede contatti sempre maggiori con il mercato zonale, che richiede la “procedurizzazione” e la velocizzazione delle tante pratiche burocratiche fatte di fogli da far compilare, firmare e protocollare; ma anche di archivi da tenere costantemente aggiornati, di report da compilare, di studenti da monitorare e seguire nei percorsi in azienda etc. Non è più un’attività facoltativa. Ora tutto è cambiato e quello che viene richiesto a noi docenti non può assolutamente essere lasciato all’incertezza di un possibile insegnate di potenziamento. Occorre certezza di mezzi e di risorse umane, a fronte di risultati attesi senza se e senza ma. Bisogna inoltre lavorare sulla formazione delle figure scolastiche preposte. Non si può lasciare la formazione alle consuete leggi, e ai relativi aggiornamenti e lettere di chiarimento. Quest’attività sta diventando un’altra professione, che necessita di relativa formazione specifica. Converrebbe poi trovare aziende a sufficienza in modo da far uscire in alternanza la classe intera, senza dar vita a una didattica a singhiozzo: questa, secondo me, è ancora una grossa emergenza. Non avere abbastanza ambienti di lavoro ospitanti obbligherebbe a far svolgere l’alternanza come una formazione in classe, molto poco accattivante e scarsamente motivante. Del resto se si chiama alternanza scuola-lavoro ci sarà un perché.  Diversamente si sarebbe chiamata alternanza scuola-formazione. A questo aggiungerei che forse, malgrado la 107/2015 sancisca che le aziende non possono essere pagate, nel mondo che corre alla velocità della luce nessuno impegna risorse interne (umane, strutture e attrezzature) se non ha personale pagato e giustamente rimborsato. Quindi forse occorrerebbe mandare maggiori contributi alle scuole da destinare all’alternanza. Fermo restando che se le aziende, opportunamente sensibilizzate dallo Stato italiano, offrissero volontariamente maggiori investimenti, il processo migliorerebbe. Ultimo (ma non troppo ultimo) punto di debolezza, è capire come arriverà l’alternanza all’esame di stato a luglio 2019. Cosa verrà richiesto agli studenti, e in che modo noi docenti dovremo preparare l’avvicinamento formativo a questo nuovo esame.

Credo comunque che tutte queste problematiche siano fisiologiche, in una scuola che ha deciso di intraprendere un importantissimo cambiamento. Lo studente, a qualunque scuola appartenga, non deve pensare che questa sia una cosa e che il mondo del lavoro sia altro. L’alternanza serve anche per avvicinare le distanze tra scuola e mondo reale. Deve passare il messaggio che chi è in gamba, motivato, preparato e “preciso” (questa la definizione delle aziende che cercano un diplomato da assumere) trova lavoro alla fine di cinque anni di scuola, anche senza la famigerata raccomandazione. A scuola, causa un’eccessiva burocratizzazione interna e un maggiore garantismo nei confronti degli studenti, ci si è pian piano allontanati dal mondo reale e il mondo reale non sempre è pronto ad accoglierti se arrivi in ritardo, se rispondi male e manchi di rispetto.

WCJ: Provando a proiettare nel prossimo futuro lo strumento dell’alternanza, e guardando a quanto proviene dal contesto esterno alla scuola (fattori politici e legali, economici, sociali e demografici, culturali, tecnologici), quali sono le opportunità che possono favorirlo?

GC: Qui si rischia di perdersi nel solito discorso: è nato prima l’uovo o la gallina. Ma cercando di trovare l’inizio, direi che se le scuole tecniche ripartissero “alla grande”, ripartirebbe anche l’economia. Ma è anche vero che, se si riuscisse in qualche modo a sensibilizzare il mondo del lavoro verso la scuola, l’alternanza troverebbe una maggior accelerazione che contribuirebbe a dare una più alta configurazione e una migliore dignità formativa alla scuola. Cosa che almeno nella nostra è presente. Credo che, come per ogni attività che inizia, anche per l’alternanza non vada richiesto il massimo rendimento, al tempo zero. Credo che nessuna start up parta al 100% da subito. Per crescere bisogna crederci, lavorare tanto e dire le cose chiaramente, così come sono e senza nascondersi dietro carte e circolari. L’alternanza è una realtà che deve restare e migliorarsi per i nostri ragazzi, ovvero per il nostro futuro.

WCJ: E quali sono le minacce che potrebbero influenzarne negativamente gli esiti?

GC: Smettere di “crederci”, continuare a evidenziare e ingrandire soltanto le negatività, i problemi che oggettivamente ci possono essere, pensare che tutto questo sia stato fatto per sfruttare dei ragazzi. Ripeto: partendo da problemi oggettivi, bisogna trovare i giusti correttivi e il giusto cammino. I giapponesi della Toyota, parlano della qualità a piccoli passi: ecco, vediamo di fare tanti piccoli passi e non divertiamoci a demonizzare e distruggere ogni cosa del nostro Paese. A volte noi italiani in questo siamo veramente autodistruttivi e autolesionisti. Voglio dire: se i problemi ci sono, si trovano le soluzioni e miglioriamo… insomma, concetto facile per chi è motivato ad arrivare fino in fondo.

WCJ: In conclusione, ringraziandola per averci offerto la sua testimonianza, le chiediamo cosa auspica per il prossimo futuro. Ossia, pensando all’alternanza scuola-lavoro nei prossimi anni, quale forma dovrebbe assumere secondo lei?

GC: Cosa auspico? Auguro il meglio e il massimo per i nostri studenti, per le famiglie che vedono i figli sempre di meno perché impegnati nel lavoro e che per loro confidano in un futuro migliore. Auguro il meglio alla nostra bellissima e a volte “sgangherata” scuola italiana, a noi professori che siamo “in prima linea tutti i giorni” e direi anche al nostro “Bel Paese”. Credo che tutti noi (studenti, insegnanti, dirigenti scolastici, genitori, aziende, politici che ci governano) dobbiamo impegnarci e “cercare di lasciare questo mondo un po’ migliore di quanto non l'abbiamo trovato”, ma questo non l’ho detto io. Quindi si va avanti e non si molla, migliorando tutto quello che c’è da migliorare, apportando in itinere i correttivi necessari, tanto importanti e proporzionati a questo grande obbiettivo formativo che è l’alternanza scuola-lavoro. Concludo dicendo che, prima di inserire sostanziose modifiche, direi che occorra testare quanto in essere per almeno tre o quattro maturità. Poi sedersi e verificare cosa c’è realmente da modificare. Per ora direi di procede così. Buon lavoro a tutti.

 

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