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Alternanza scuola-lavoro: la parola a Francesca Picci

07
dic
2017

L’alternanza scuola-lavoro, introdotta con la legge 107 del 2015, la cosiddetta “Buona Scuola”, rappresenta un tema di acceso dibattito le cui voci, spesso discordanti, possono essere collocate tra due estremi. Semplificando: da una parte, coloro che la accolgono con favore, sostenendo che rappresenta un’innovazione didattica necessaria e fertile per favorire il collegamento tra scuola e mondo del lavoro; dall’altra, coloro che la criticano, sostenendo che in essa si cela un nuovo dispositivo di sfruttamento del lavoro.

Al fine di promuovere un dibattito pacato e costruttivo sull’alternanza scuola-lavoro, WeCanJob sta ospitando sulle pagine del suo blog una serie di voci diversamente orientate nella discussione pubblica sul tema, voci appartenenti al mondo delle istituzioni e della scuola il cui apporto, questo è l’auspicio, possa dar luogo a un fertile confronto tra gli attori a diverso titolo coinvolti. A questo scopo abbiamo pensato di sottoporre ai nostri “testimoni privilegiati” una serie di domande secche e dirette, ricalcando in maniera naïf la metodologia dell’analisi SWOT, uno strumento utilizzato per definire i punti di forza e i punti di debolezza (fattori interni), le opportunità e le minacce (fattori esterni) di un determinato progetto in ambito aziendale.

Oggi riportiamo la testimonianza offertaci da Francesca Picci, Coordinatrice Nazionale del Sindacato studentesco Unione degli Studenti (UDS). Ecco che cosa ci ha risposto.

WeCanJob: Buongiorno Francesca, nel dibattito sull’alternanza scuola-lavoro c’è attualmente una polarizzazione di posizioni che sembrano sempre più distanti tra loro: i favorevoli e i contrari. Potrebbe raccontarci quali sono, secondo lei, i punti di forza dell’alternanza scuola-lavoro (da un punto di vista interno al sistema scolastico) per come è attualmente utilizzata nelle scuole italiane?

Francesca Picci: Attualmente l’alternanza scuola-lavoro è inserita in un contesto distorcente del suo significato reale: il contesto della Buona Scuola. L’alternanza scuola-lavoro oggi è una politica attiva sul lavoro e non un progetto per la formazione degli studenti. Le potenzialità che potrebbero scaturire da un diverso tipo di rapporto tra scuola e lavoro sono messe totalmente in secondo piano, attraverso gli sgravi fiscali alle imprese, infatti, non si fa altro che mascherare i dati dell’occupazione giovanile nel Paese. Questo contesto alimenta l’economia della promessa, ovvero l’idea per cui svolgendo percorsi di alternanza sarà più semplice per noi studenti trovare lavoro. Si tratta di un falso, in questo momento storico, perché l’alternanza scuola- lavoro non ci forma qualitativamente, bensì ci “mette al lavoro”: svolgiamo mansioni di lavoro vero e proprio, spesso dequalificato e sfruttato, ovvero lavoro gratuito. Noi crediamo nell’unione tra sapere e saper fare, nella possibilità per gli studenti di avere un approccio pratico in ciò che studiano, tuttavia non è questo ciò che fa l’alternanza scuola-lavoro per 1 milione e 400 mila studenti. Vogliamo partire dal ritiro della 107 (detta “Buona Scuola”) per ripensare totalmente la scuola nel nostro Paese.

WCJ: E i punti di debolezza: quali sono e come si configurano a suo parere?

FP: I punti di debolezza oggi sono la norma. Così non dovrebbe essere, eppure da una nostra inchiesta fatta su scala nazionale emerge come il 38% degli studenti abbia dovuto sostenere i costi per partecipare ai percorsi di alternanza, il 57% ha partecipato a percorsi non inerenti al proprio  percorso di studi e ben il 40% degli stessi ha visto violati i propri diritti. I numerosissimi casi limite, diffusi su tutto il territorio nazionale da Nord a Sud, evidenziano come il problema dei costi sia molto esteso e sentito da tutte le studentesse e gli studenti, così come l’assenza di uno Statuto nazionale per i diritti delle studentesse e gli studenti che possa definire i criteri qualitativi dei percorsi di alternanza. Denunciamo inoltre l’assenza di criteri nella selezione delle aziende che possono davvero offrire formazione agli studenti, diciamo dunque: chi sfrutta i lavoratori ordinari, licenzia, inquina i territori o ha legami con la criminalità organizzata non ha niente da insegnarci e deve rimanere fuori dai percorsi.

WCJ: Provando a proiettare nel prossimo futuro lo strumento dell’alternanza, e guardando a quanto proviene dal contesto esterno alla scuola (fattori politici e legali, economici, sociali e demografici, culturali, tecnologici), quali sono le opportunità che possono favorirlo?

FP: Nel prossimo futuro ci auguriamo che si arrivi all’abolizione della “Buona Scuola”, come da anni richiedono le studentesse e gli studenti che scendono nelle piazze. Abolizione non significa tornare a come si stava prima (neanche la legge Gelmini sulla scuola è una legge positiva per gli studenti), ma significa fare ciò che non è mai stato fatto: aprire una grande fase di discussione al livello nazionale, includendo tutte le componenti della scuola, dai docenti, ai lavoratori del personale, agli studenti, ai genitori, per riformare l’istruzione in termini di avanzamento per tutta la società.

WCJ: E quali sono le minacce che potrebbero influenzarne negativamente gli esiti?

FP: Se i governi continueranno a rimanere sordi rispetto alle rivendicazioni degli studenti, allora saranno loro la minaccia. La politica deve ascoltare quello che si esprime con le mobilitazioni, 200 mila studenti scesi in piazza il 13 ottobre vorranno pur dire qualcosa, no? Ecco, noi continueremo a mobilitarci, come abbiamo fatto il 24 novembre con gli “Stati Generali dello Sfruttamento” per un’alternanza degna. Torneremo alle porte del Ministero dell’Istruzione anche per richiedere l’approvazione dello statuto nazionale, non ci basta quanto si sta facendo: la ministra Fedeli ha annunciato tante promesse che ad oggi rimangono non mantenute, vedremo cosa emergerà dagli “Stati Generali dell’Alternanza scuola-lavoro” da lei dichiarati per il 16 dicembre. Vogliamo aprire un percorso ampio di partecipazione non solo degli studenti ma anche di chi lavora e di chi no, noi non siamo contrapposti ai lavoratori, siamo quelli che vogliono cambiare il Paese, insieme a chi è sfruttato e subisce le politiche dei governi.

WCJ: In conclusione, ringraziandola per averci offerto la sua testimonianza, le chiediamo cosa auspica per il prossimo futuro. Ossia, pensando all’alternanza scuola-lavoro nei prossimi anni, quale forma dovrebbe assumere secondo lei?

FP: L’alternanza scuola- lavoro, in un’altra scuola, dovrebbe essere cogestita dagli studenti e dai docenti attraverso delle commissioni che, scuola per scuola, possano definire gli obiettivi formativi e valutare la reale incidenza di questi percorsi sulla formazione degli studenti. Vorremmo che ci fosse una reale inclusione democratica degli studenti e che questi possano incidere anche in maniera critica, denunciando i casi di cattiva alternanza senza il timore di una ritorsione disciplinare o di non essere ammessi all’esame di Stato. L’alternanza scuola-lavoro deve cambiare, bisogna ripensare la scuola a partire dalla didattica, non arrendersi all’idea che siano le aziende a dover decidere sulla formazione, al contrario dovrebbero essere la conoscenza e i saperi a orientarne le scelte.

 

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