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Alessandro Galimberti, presidente UNCI e giornalista del Sole 24 Ore, ci racconta la professione del cronista

01
mar
2017

WeCanBlog, nell’ambito del suo approfondimento sulle professioni e sulla formazione del settore della comunicazione, ha intervistato Alessandro Galimberti, giornalista del Sole 24 Ore dal 2007 e presidente dell’Unione Nazionale Cronisti Italiani (UNCI) dal 2015. Gli abbiamo chiesto di raccontarci come si sta evolvendo la professione del giornalista, di parlarci della sua esperienza lavorativa e di dare qualche suggerimento utile alle ragazze e ai ragazzi che vogliano fare del giornalismo la propria professione. Ecco cosa ci ha raccontato.

WCB: Da tempo lei lavora come giornalista per una testata autorevole come il Sole 24 Ore, ed è inoltre presidente dall’UNCI, dunque ci parla di certo da un punto di vista privilegiato. Può raccontarci come è cambiato e/o come sta cambiando il mondo del giornalismo negli ultimi anni?

Alessandro Galimberti: Non credo che sia cambiato nella sostanza, ma piuttosto nella velocità, nella capillarità e nella capacità di penetrazione nell’opinione pubblica. L’era di internet e poi quella dei social hanno portato a un “consumo” di giornalismo molto superiore rispetto al passato, anche per il concetto di “gratuità” (nefasto per il sistema) che sta caratterizzando questa epoca. È chiaro che i social portano con sé una sfida importante, cioè la verifica diffusa della verità e della autorevolezza di ciò che è giornalismo. Una sfida che si vince solo in un modo, facendo parlare i fatti. In sostanza, facendo della buona cronaca su cui poi costruire – in separata sede – riflessioni e commenti “fondati”. È l’unico modo per combattere propaganda, fake news e ignoranza esibita, una sorta di paradigma della contemporaneità.

WCB: Come si è avvicinato al mondo del giornalismo? Ha sempre voluto svolgere questa professione o c’è stato qualche evento particolare che l’ha spinta a intraprendere tale carriera?

AG: Ho iniziato durante il periodo universitario, scrivendo prima di sport (quello che praticavo: atletica), poi di cronaca giudiziaria, visto che studiavo legge. Dopo la laurea e un passaggio “obbligato” alla professione forense, ho scelto definitivamente il giornalismo perché mi sono reso conto che era la mia unica e reale passione. Non mi sono mai pentito.   

WCB: I nostri lettori sono interessati a conoscere come lavora un giornalista, per questo le chiediamo di raccontarci qualcosa della sua attività professionale. Come lavora in concreto un giornalista? Può parlarci della sua giornata lavorativa tipo e delle sue attività principali?

AG: Dipende da quello che fa. Un cronista lavora perpetuamente “in esterni” e realmente scopre le notizie nei luoghi dove nascono (sedi istituzionali, forze di polizia, tribunali) grazie alla rete di conoscenze e di informatori che riesce a crearsi lavorando con riserbo, serietà e correttezza. Autorevoli direttori sostengono – e io sono assolutamente d’accordo – che non esiste il giornalista se non c’è stato prima il cronista. Ma la professione è fatta anche di molti altri ruoli “a salire” nelle gerarchie redazionali, dove tra scrivanie e videoterminali si corre solo un rischio, di assuefarsi troppo alle (asserite) “notizie” perdendo il contatto con la realtà. Ogni tanto questa sindrome si avverte leggendo alcuni quotidiani o seguendo alcuni tg.

WCB: Ci racconta un aneddoto in qualche modo emblematico, o un’esperienza particolare, che ritiene interessante e che possa farci capire meglio il suo lavoro?

AG: Per i primi 20 anni di carriera ho fatto il cronista e l’inviato per la cronaca nera e giudiziaria. L’adrenalina della scoperta dei fatti e della loro pubblicazione prima degli altri – i cosidetti scoop – provocano una vera “dipendenza”. Un aneddoto? Il primo che mi torna in mente riguarda la strage di Erba del 2006 (Rosa e Olindo): seppi in anteprima e scrissi che ad uccidere fu anche una donna, sembrava incredibile ma purtroppo era la verità. Che troppo spesso supera i peggiori incubi.

WCBTra i nostri lettori ci sono giovani che ancora devono decidere quale carriera intraprendere, e WeCanJob cerca di aiutarli nella scelta migliore. A questo proposito, può suggerirci quali sono, secondo lei, le competenze (formali e informali) più importanti che dovrebbe avere un/a giovane che voglia svolgere la professione di giornalista?

AG: Oggi si parla tanto di tecnologie e competenze digitali, dimenticando che quelle sono solo il mezzo. Il giornalismo, tantopiù in questa epoca, si costruisce sui fatti e sulla loro verifica. Che cosa serve? Una buona cultura di base è indispensabile, la conoscenza del sistema giuridico e delle norme civili, penali e professionali non può assolutamente mancare – mi rendo conto che è fatica, ma nulla si costruisce gratis – dopo di che si può iniziare: curiosità, determinazione e magari un po’ di idealità (mai però ideologia) aiutano.

WCBCome si acquisiscono, allora, tutte queste competenze necessarie per diventare giornalista? Quale ruolo gioca l’apprendimento on the job nella formazione? E, una volta che si è avuto accesso alla professione, quale ruolo gioca, invece, l’aggiornamento continuo delle competenze per svolgerla al meglio?

AG: Come ogni altro lavoro e più di ogni altro lavoro il giornalismo si costruisce sull’esperienza propria e, spero succeda ancora, su quella dei senior. Davvero non c’è nulla di nuovo sotto il sole, se non appunto la tecnologia, che va conosciuta e padroneggiata in quanto tale, non però come un deus ex machina. Un giornalista non potrà mai coincidere con uno “smanettatore” da tastiera, anzi direi che siamo agli antipodi.

WCBIn conclusione, che consigli darebbe a un/a giovane che intende entrare nel mondo del giornalismo?

AG: Di leggere, informarsi e studiare. Fatto questo, impegnarsi a spiegare al pubblico in modo semplice le informazioni che riguardano la vita comune di ognuno di noi, a cominciare dalla politica (dove si progetta la vita di domani) poi il fisco, la giustizia e giù fino alla cronaca. A un giovane direi: se non sei divorato dalla curiosità e se non hai empatia verso gli altri, allora il giornalismo non fa per te.

 

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