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L'abbandono scolastico in Italia torna a crescere: al Sud è record negativo

07
feb
2020

Nel Mezzogiorno 1 ragazzo su 5 lascia la scuola prima del tempo: è questo uno dei dati più preoccupanti sul fenomeno dell'abbandono scolastico in Italia. Ma quali sono le ragioni del fenomeno? Quali le possibili modalità di intervento per arginarlo e scongiurarlo?

L'abbandono scolastico in Italia, un fenomeno troppo diffuso

Un report della CGIA di Mestre relativo al 2018 ha delineato uno scenario spaventoso che riguarda i giovani italiani tra i 18 e i 24 anni: mentre l’opinione pubblica si indigna per i cervelli in fuga dal nostro Paese, per ogni dottore che lascia l’Italia per continuare fuori dai confini nazionali la propria carriera, 10 giovani hanno abbandonato precocemente la scuola. In altri termini, a fronte dei 62 mila laureati che hanno preferito emigrare, 598 mila giovani non hanno più continuato a frequentare gli Istituti scolastici. Oltre alla gravità del fenomeno in sé, unito alla sottovalutazione dello stesso da parte delle istituzioni, l’abbandono scolastico continuerà ad avere delle ripercussioni di non poco conto anche sul mercato del lavoro dei prossimi anni: se si considera la bassissima natalità del nostro Paese (-18 mila nati nel 2018 rispetto al 2017 secondo i dati del report ISTAT del 25 novembre 2019), alle aziende presto mancheranno le maestranze di giovani su cui investire in formazione professionale in un’ottica di crescita futura.

I dati dell’abbandono scolastico

Il report prende in esame tutta l’Europa, in cui globalmente il fenomeno risulta in calo con una media dell’11% (meno 5,3 punti tra 2008 e 2018). Stessa riduzione non si può dire per il nostro Paese: l’Italia si colloca al terzo posto per abbandono scolastico in età compresa tra i 18 e i 24 anni, con un valore del 14,5%; peggio di noi solo Malta (17,4%) e Spagna (17,9%). Addirittura il 2018 è stato il secondo anno consecutivo in cui in Italia si è registrato un aumento del fenomeno, dopo svariati anni tra 2008 e 2016 in cui l’andamento era stato in continua diminuzione (+0,5% tra 2017 e 2018).

Un altro aspetto che viene considerato nell’analisi è la provenienza sociale dei ragazzi che abbandonano la scuola: chi nasce in famiglie con un basso profilo economico o con genitori che, a loro volta, non hanno un buon livello di istruzione, ha più possibilità di lasciare precocemente gli studi. Da non trascurare anche un fattore di genere: i ragazzi lasciano la scuola più frequentemente delle ragazze.

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La questione meridionale: 300mila abbandoni nel 2018

Se la situazione globale dell’Italia risulta già di per sé sconfortante, lo scenario diventa ancora più nero se ci si sofferma sulle singole Regioni d’Italia. Al primo posto per abbandono scolastico c’è la Sardegna (23%, con un valore in crescita dello 0,5% rispetto al 2008), seguita dalla Sicilia (22,1%) e dalla Calabria (20,3%), poi Campania e Puglia: solo nel Mezzogiorno, nel 2018, sono stati 300 mila i ragazzi che hanno lasciato la scuola. Se si sommano i valori del resto delle aree del Paese (Nord-Ovest, Centro, Nord-Est) si arriva a 297 mila ragazzi, meno di quanto registrato nelle sole Regioni meridionali.

Le tre Regioni con il minor grado di abbandono scolastico, invece, sono Umbria (8,4%), Abruzzo (8,8%), Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia (entrambe all'8,9%).

Il campanello d’allarme delle aziende

In un rapporto condotto da Unioncamere e Anpal si evince che nel 2018 sarebbe mancato circa 1 milione di figure a coprire posti di lavoro di difficile reperimento, nonostante in Italia la disoccupazione giovanile superi il 25%. Tutto questo in ragione di una forte polarizzazione del mercato del lavoro: le imprese cercano solo personale ai poli opposti della formazione, cioè quelli dall’elevata specializzazione o quelli dalle basse competenze tecniche su cui investire in crescita e formazione. Proprio questa seconda fascia è quella che soffre di più la mancanza di personale, solo in parte sopperita dalla presenza dei lavoratori immigrati o extracomunitari.

Una via per sanare questo vuoto sarebbe quello di aumentare il dialogo tra le scuole e le aziende, facendo in modo, ad esempio, che anche l’Alternanza scuola lavoro (oggi Percorsi per le Competenze Trasversali e l'Orientamento) venga sfruttata pienamente in questo ambito. Se non si agirà per tempo, riducendo il numero degli descolarizzati – in combinazione con il calo demografico che è oramai una realtà consolidata –, nei prossimi anni sarà sempre più difficile per le aziende trovare personale qualificato. In altri termini: si sta progressivamente riducendo la massa di giovani pronti a entrare nel mercato del lavoro.

Scarica il report completo

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Federica Privitera

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